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Diario
11 maggio 2012
Valori Italiani - V
Signor
maestro.

Quando in classe c’era
il maestro Teodori non volava una mosca.
Tutti, seduti composti ai propri banchi, assumevano un’aria compita e
diligente; e anche il più scapestrato tra noi, financo il Rinelli, una birba di
ragazzo che le mattine faceva il diavolo a quattro, e in cortile era sempre il
primo ad attaccar briga con i ragazzi della sezione B, sputando cartoccetti masticati
con la sua cerbottana… quando sedeva in cattedra il maestro Teodori pareva un
damerino coi fiocchi.
Il Teodori faceva
sempre i pomeriggi; l’orario in assoluto più pesante. Subito dopo il refettorio
assumeva il controllo della classe, troncando con la sola presenza l’accenno di
ricreazione che germogliava spontaneamente dopo il pasto. Sedeva in cattedra estraendo lentamente il
registro, che subito s’apprestava a riempire nelle apposite caselle con la sua
grafia fitta e ordinata, intingendo la penna nel calamaio con regolarità
metronomica; si sistemava gli occhialini sul naso e s’allisciava pensieroso il
mustacchio, mentre, manuale di matematica spiegato davanti, si preparava a
purgare lo sventurato di turno.
Tra interrogazioni
e spiegazioni, la sua voce austera e quasi soporifera nell’estrema regolarità
del timbro e del tono, martellava impietosa fino alle 16,30: orario in cui uscivamo
da scuola. Le ultime diecine di minuti erano semplicemente un’agonia
martoriante.
Un ragazzino
malconcio, Tino Licini, che dimostrava almeno cinque anni in meno di quanti ne
aveva, tutto colpi di tosse e tremiti, un pomeriggio lungo e afoso di
primavera, verso le 15.30, lasciò cadere in terra il suo temperamatite di
ferro. Cercando di stopparlo col piede
rivolto all’insù, gli menò maldestramente un calcio al volo e lo spedì
nientemeno che a picchiare contro la cattedra, con uno schianto acuto che gli
rimbombò, e non solo a lui, nel profondo del cuore.
Il Teodori lo
guardò digrignando. Ora, non so se pensasse che Tino, solitamente educato e
perennemente intimorito anche dalla propria ombra, avesse lanciato quel
temperamatite di proposito contro lo scranno del maestro… sinceramente non lo
credo. Ma il Teodori, con l’inappellabilità del giudizio minoico, proferì
ugualmente tra i denti:
- Licini, ti fermi
un’ora dopo la scuola.
Era quello uno dei
supplizi più temuti dalla scolaresca; un’ora in più a scuola, in completa
solitudine col maestro Teodori… che, ben lungi dal lasciarsi andare ad un’apertura
individuale e a mostrare un barlume di umanità, come anche sarebbe stato
ipotizzabile vista l’intimità di un rapporto a due in una grande aula vuota,
manteneva la propria mutria d’austerità ed alterigia… anzi forse la accentuava
di più.
- Licini, dì a tua
madre che voglio parlarle. Parlarle della tua situazione
didattico-comportamentale.
Tino, da solo in
quell’aula così grande, che a fronte della sua corporatura mingherlina sembrava
un’arena sconfinata, rabbrividì senza neanche chiedersi il motivo di tale
richiesta; lui, lui che era dopotutto un bravo scolaro… lui, non quel briccone
di Rinelli. Il maestro voleva la sua di madre… ma perché? perché cristodiundio?!
Quando il
pomeriggio seguente, Adelina Casaru in Licini entrò nella sala adibita ai
ricevimenti dei genitori, Tino la aspettava di fuori, seduto su una panca di
legno piuttosto scomoda.
La Adelina,
emigrata dalla Sardegna vent’anni fa, era bassa senza però avere la cocciuta
robustezza delle sue conterranee; era una figuretta esile e quasi tisica,
timorata di Dio e sempre col mal di gola… l’immagine femminile e invecchiata
del figlio insomma.
Il Teodori la fece
poggiare con i gomiti sul grande tavolo di ciliegio intarsiato, uno dei pezzi
più pregiati del mobilio di quell’antica e prestigiosa scuola. Le sollevò la gonna e le calò le mutande con
la cura e la perizia dell’apprendista artigiano; si sbigolò, poi, respirando
pesantemente e masticando tabacco.
Adelina, china in
avanti con gli occhi gonfi di pianto, prese a sospirare piano un’avemmaria;
e mentre il maestro Teodori la chiavava con una rabbia e una possanza
insospettate, ebbe anche lo spirito di sussurrare piangendo: “Tino… mio piccolo
Tino…”
D.M
| inviato da lalama4 il 11/5/2012 alle 16:57 | |
25 aprile 2012
Valori Italiani - IV
Gli
ho reso la pariglia.

Da qualche tempo
erano troppo molesti; bottiglie di birra ammonticchiate agli angoli delle
strade, pozze stagnanti di piscio nelle aiole, schiamazzi, risate… e commenti
troppo vividi, inviti troppo salaci alla fidanzata di Tizio o alla sorella di
Caio. Ogni tanto qualche scippo, qualche aggressione: ‘sti rumeni avevano rotto
er cazzo.
Dopo i fatti di
via dell’Amaretto, poi, la situazione era degenerata… e a qualche ragazzo del
quartiere gli era iniziato a partire il boccino.
A via dell’Amaretto
infatti, qualche sera fa, Elide Sorianelli, ventottenne già madre di famiglia e
segretaria presso un CAF, era stata aggredita a meno di trenta metri da casa
sua da Vasile Petru e Maric Foutaric.
Il secondo, ventitre
anni da compiere, era già stato arrestato due anni prima per schiamazzi
notturni; uscito dopo qualche mese col condono e rispedito in patria, era
tornato a Roma da poco e aveva ripreso le vecchie abitudini.
La poveretta,
stuprata ripetutamente durante la notte all’interno di un capannone, è ancora
in stato di shock… e difficilmente si godrà più un’estate.
I due avevano
rischiato seriamente il linciaggio, e da allora, per le strade del quartiere,
era stata caccia al rumeno.
Er Minestra,
Fusibile e AssoDeMazze, tre perdigiorno del luogo, sono ancora in stato di
fermo con l’accusa di aver pestato un paio di tizi dell’est (uno era pure
moldavo) nei pressi di una pompa di benzina. Uno è finito col cranio spaccato e
rischia di crepare da un giorno all’altro.
Episodi simili ce
ne sono stati altri, e se Dio vuole continueranno ad esserci… sti zozzi hanno
da levasse dar cazzo!
Io però, ora, sono
davanti all’ispettore Brunelli con altre accuse.
Remo Brunelli lo
conosco da dieci anni… è pure lui un ragazzo del quartiere; è finito in polizia
però le radici non se scordano.
Ora mi guarda un po’
torvo un po’ comprensivo; paternalistico quasi, eppure c’ha solo due anni più
di me.
- Allora Mattè…
Davanti, sulla
scrivania illuminata dalla lampada al neon, una decina di foto di giovani
ragazze dell’est: Irina, Sofia, Anita, Magda…
- Te le sei
scopate tutte Mattè… l’hai fatte piagne! Co’ quella sberla che te ritrovi (me
la ricordo la sberla, giocavamo a calcetto insieme), co’ quella sberla dico, i’hai
scavato ‘na fossa! Ma perché? Se po’ sapé perché?
- Te l’ho detto a
Remo… gli ho reso la pariglia!
D.M
| inviato da lalama4 il 25/4/2012 alle 20:55 | |
21 febbraio 2012
Afflati filistei - 1
Inauguriamo oggi la rubrica "Afflati filistei"; quadretti veritieri della provincia italiana e del suo rinfrancante star bene. Buona lettura!
G.T
Pranzo domenicale
Terni; una pioggerella morbida seguitava a tamburellare le strade svuotate. Batteva fitta e leggera sui vetri scandendo
il ritmo dell’ozio famigliare, e figurando, nella sua placida e metodica
costanza, l’essenza intima di una domenica come tante.
In casa Cordarelli il chiacchiericcio usuale sciabordava dal salotto
alla cucina, dove le donne di casa avevano squadernato l’impasto per le sagne
all’uovo sul piano di marmo, e, copertolo con pezzette umide, lo lasciavano
riposare già da una buon’ora, in attesa che prendesse la consistenza adatta.
In salotto, Michele e Flavio, cuginetti che si vedevano non di rado,
brigavano perché la sorellina del primo non li importunasse mentre allestivano
non so quale impresa avventurosa; e il nonno, mezzo assopito sulla sua poltrona,
col telecomando in mano, prendeva vigore a folate, ogni dieci-quindici minuti,
per sgridar ora l’uno ora l’altro nipote che facevano più baccano del dovuto.
Gli uomini parlottavano delle elezioni che di lì a poco avrebbero
potuto sturbinare gli equilibri sociali e politici del belpaese, e amavano poi
divagare sulla giornata di campionato di calcio che stava per entrare nel vivo.
Del tutto atteso, Antonio rincasò, tra l’approvazione generale, un poco bagnato
e con le mani impegnate: portava le damigiane di vino novello riempite di
fresco al circolo Reduci.
In cucina i preparativi erano pressoché terminati, e il sano appetito
che in famiglia Cordarelli stava montando avrebbe presto trovato soddisfazione.
La pioggia sottile e riposante continuava a trapuntare le strade di
Terni, dove ormai anche i rari negozi che aprivano la domenica, come la
pasticceria Bonalumi, avevano tirato giù la saracinesca.
Elide, sedicenne ormai completamente fiorita, apparecchiava la tavola
muovendosi leggera come una piumetta… aveva dipinta sul viso un’espressione
trasognata che, chiunque abbia mai avuto quell’età, non faticherebbe a
riconoscere.
| inviato da lalama4 il 21/2/2012 alle 13:35 | |
1 febbraio 2012
Mister Oidocròp risorge
Un ornitorinco natante. * * * Filosofo, straparli! La bile ti inonda: La rabbia fa tarli: L’insania è di ronda. Incongruo, maldestro Scomposto, sbilenco volgare, sinistro: sei un ornitorinco! Fai tre piroette un inchino e un casqué: fai il morto a tressette poi di' trentatré!
| inviato da lalama4 il 1/2/2012 alle 10:21 | |
22 dicembre 2011
Racconto lamellare
Un misogino feroce.
Antonio Grisaldi Diotaiuti
era un parente alla lontana; una sorta di prozio per parte materna che vedevo
molto poco... tutti in famiglia lo vedevamo molto poco, a dirla tutta.
S’è spento di
cancro più di qualche anno fa, quando io andavo per i quattordici… ed essendo
all’epoca un adolescente assolutamente nella media, sciocco, brufoloso e sempre
col cazzo in mano, ancora non avevo carpito a fondo la presenza materica e
spirituale di quell’uomo, la sua insondata e vertiginosa giustezza; ma posso
dire con fierezza che se oggi sono la persona che sono, lo devo in buona parte
anche a lui: al mio prozio Antonio Grisaldi Diotaiuti.
Quando dopo il
torpore giovanile il mio cervello riprese stancamente a funzionare, proprio
come una vecchia automobile lasciata ferma troppo a lungo, che s’accende e
singhiozza e borbotta… e non sai mai se alla fine ti porterà davvero a
destinazione; quando le tante idee confuse che avevo in testa riguardo alle
donne, all’amore, alla vita in genere, assunsero contorni finalmente più
nitidi, la mia attenzione venne irrimediabilmente attratta da quel parente così
misterioso… burbero, scostante… quel parente che non andavamo mai a trovare;
che compariva con cadenza triennale al cenone della vigilia, sempre a mani
vuote… mangiava voracemente senza partecipare troppo alle conversazioni, e se
ne andava sempre prima della mezzanotte, da solo… su una vecchia macchina
sgangherata, per l’appunto.
Presi a fare
ricerche; domande ai miei, ai nonni, agli zii… a scartabellare i vecchi album
fotografici.
“Ma era povero?”
“Ma scherzi?! Era
impaccato di soldi! Non ricordi? Da piccolo sei anche stato a casa sua una
volta!”
“Ah! Vagamente… ma
davvero era così ricco?!”
“Sfondato! Ma pur
di non lasciare nulla ai parenti, ha devoluto tutto a non so che associazione
appena gli diagnosticarono il cancro!”
Feci esercizi
mentali volti a potenziare la memoria… volevo rivederlo! Vederlo all’opera a
casa sua, quella specie di palazzina in tufo che s’era fatto costruire nelle
campagne intorno a Roma… grande, enorme per una persona sola!
Lo ricordo in
vestaglia sulla sua poltrona, a denti stretti, sprofondato nella sua comodità!
E diceva, me lo ricordo perché mi rimase impresso, che si vergognava come un
cane di quanto stava comodo con quella vestaglia. Era un uomo d’azione, si
dice… in gioventù doveva aver viaggiato in lungo e in largo, in posti strani
che probabilmente né io né voi abbiamo mai sentito nominare. Quella vestaglia
una notte la lacerò in preda a una furia ignominiosa!
La rivelazione
l’ebbi quando trovai i suoi diari, sepolti in un baule sotto un mare di
bizzarri oggetti da ogni parte del mondo.
Parlavano di tante
cose quei diari… soprattutto delle donne.
“Ma non s’è mai
sposato?”
“Ma va… secondo me
gli piacevano i maschi!”
“Caro! Ma come ti
viene in mente… lo zio Antonio era solo un po’ scostante. Non era semplice
stargli vicino.”
In quei diari,
nero su bianco, si descrivevano le donne per quello che sono… senza fronzoli,
senza belletti, senza eufemismi o giri di parole.
Le donne sono
esseri inferiori, intellettualmente e fisicamente. Cagne senza dignità da
usare, al massimo, come animali da diporto.
Gli insegnamenti
del prozio Antonio mi hanno formato, mi hanno reso un uomo retto, e hanno, in
un certo senso, forgiato il mio destino.
La mia venerazione per lui ha raggiunto, in questi ultimi tempi, picchi
che a voi potrebbero sembrare un poco bizzarri: ho costruito, in camera mia,
una specie di piccolo santuario, incorniciando una vecchia foto in bianco e
nero che mi piacque particolarmente e accostandole ai lati due ceri sempre
ardenti e un fascio di incenso.
Davanti a tutto
l’accrocco ho piazzato un tappetino persiano, acquistato in un bugigattolo
dalle parti di piazza Vittorio, sul quale mi genufletto ogni notte prima di
andare a dormire. Ora purtroppo è in tintoria, inzaccherato del sangue e delle
frattaglie della quarta cagna che ho scannato.
Le usuali genuflessioni
per un paio di notti sono rimandate, ma credo che il vecchio prozio, buonanima,
non se ne sia risentito.

| inviato da lalama4 il 22/12/2011 alle 12:43 | |
27 novembre 2011
Omaggio!
Pubblichiamo,
pei nostri fedeli lettori, uno stralcio dal misconosciuto saggio “La femmina: un pozzo di brutture”, di Don Mariuccio Peretti, frate umbro
vissuto a cavallo tra il XV e XVI secolo, e noto come uno dei più famosi
misogini della sua epoca.
E
poiché ne riteniamo la lettura ancora attualissima e formativa, consigliamo
caldamente a tutti – in particolar modo ai più giovani – di acquistare il
saggio completo, edito presso i nostri tipi, contattando me medesimo il prima
possibile.
Gino Testa
“Conciossiacosaché
tu t’appresti a canoscer la vera natura della femmina, debbo io, amandoti in
sommo grado, descrivere codesto pozzo di brutture in guisa migliore, affinché
tu possi tenere la diritta via per tua salute.
Infatti cosa più
laudabile non v’è nel nostro viaggio mortale, che schifare codeste laide e
fetide e stomachevoli creature, e rammentare che il contatto con esse è cagione
di noia e dissolutezza. Parlerotti dell’atto
sessuale, come la più disdicevole atione, la più tra le quali l’uomo deesene
astenere più che può, poiché oltre al cagionar perdizione, è fonte eziando
dello smarrimento d’energia vitale, la quale trovasi nella nostra linfa
profonda.
Truovandosi nell’atto
sessuale, la femmina urla e ragghia pel piacere che ne trae, diruggina i denti
godendone e spalanca l’ore, poiché sa di appropriarsi, a torto, del fluido che
mena con sé la vita.
L’uomo, attivo,
lavora di cavallo, sputando farfalloni di linfa nel grembo della giovenca,
cagionandole piacere molto, ma perdendo di possa e vitalità.
Dopo l’atto
sconcio la femmina ne sarà piena e rinfrancata, mentre l’uomo sentirà noia e
debolezza pervaderne le membra. […] ”

| inviato da lalama4 il 27/11/2011 alle 13:11 | |
27 ottobre 2011
Due ministorie italiane per rinfrancare lo spirito tra un filisteismo e l'altro.
Lo spurgo.
Torino;
un immenso centro commerciale. Un formicaio.
Sciami
di uomini si muovono frenetici da un negozio all’altro; clienti, potenziali
clienti, bighelloni d’ogni sorta… tutti preda dello stesso impeto compulsivo a
consumare, a vedere, a prendere nota, a perdere tempo, ad annotare, a curiosare,
a fare cose. Quel luogo, del resto, è progettato apposta.
Coppie
di giovani fidanzati vi passeggiano mano per mano, vi trascorrono pomeriggi,
giornate sane; come narcotizzate da quel luccicante palliativo che riesce,
meglio di qualunque mastice, a tenerli saldamente incollati.
Tra
di queste un negro e una biondina. Lui indossa
una tuta, come un cantante hip-hop; lei è vestita all’ultimo grido, come
tutte le sue coetanee. Mano nella mano passano da una vetrina all’altra
tranquilli e beati.
Li
avvicina un uomo. Faccia anonima, impiegatizia; occhialini calati sul naso e
capelli, pochi, tinti d’un innaturale nero corvino. Un riporto molto curato
vela la crapa rossiccia, abbrustolita dal sole, e un vestito nero da pochi
soldi ne incalza il corpo vizzo e sovrappeso.
Come
si trattasse del suo più caro compagno, l’omino passa un braccio intorno al
collo del negro, posandogli una mano sulla spalla:
-
Olà!
Lo
apostrofa vivacemente. Quello si volta a guardarlo, incredulo.
-
No dico, olà! Non si usa salutare nella jungla?
Sempre
con estrema cordialità, con un timbro d’una tale morbidezza, d’una tale
galanteria…
-
Prego?
Replica
il negro completamente basito, mentre la sua ragazza, la biondina, guarda la
scena con tanto d’occhi. L’omino si
stringe ancora di più al giovane, ammiccando cameratescamente e colpendolo
all’altra spalla con un pugnetto scherzoso, da vero compagnone:
-
Vecchio marpione! La riempi per bene questa bambolotta eh? Immagino che bella
papaia che nascondi… brutta canaglia!
A
quel punto il negro si scuote, cercando di liberarsi dalla presa affettuosa
dell’omino, che però si dimostra incredibilmente ferrea.
-
Ma cos’è che vuole? Ma ci lasci in pace, nè!
Fa
il ragazzo in perfetto accento piemontese. La bionda, dal canto suo, è quasi
impietrita. L’anonimo ometto, allora, accoglie nel suo caldo abbraccio anche
lei, perché non si senta esclusa.
-
E te? Birichina! Ti piacciono i calibri grossi eh?! Ma come biasimarti…
E
le strizza l’occhio con una tenerezza indicibile.
È
allora che il negro scatta: con forza animalesca dà uno strattone e si libera
della presa che lo teneva avvinto; ma l’omino è incredibilmente lesto: con
l’altra mano, che teneva sulla spalla della ragazza, va fulmineo a frugarsi
nella giacca e ne estrae un coltello tattico di tutto rispetto. Con lama
seghettata.
Il
povero ragazzo non fa in tempo a dire né “a” né “ba” che si trova la lama
piantata nel femore, a sfilacciargli senza pietà l’arteria.
La
biondina caccia un urlo ferino, squillante, disperato… e mentre la folla
s’accrocca scriteriatamente intorno a lei e al suo compagno che butta sangue
come una fontana, l’omino ne è già stato inglobato.

Un’amena creatura.
“Welcome
in Italy!”
Così,
con un pesantissimo strascichio tutto romano, Alvaro Scipioni, tassista abusivo
di anni quarantasei, saluta i turisti che salgono sul suo taxi… o meglio, sulla
Fiat Tipo color topo intestata alla moglie.
Americani,
tedeschi, soprattutto giapponesi… li carica all’aeroporto di Ciampino lesto
come un gatto, attento a non farsi sgamare dai tassisti regolari, che ne
avrebbero da ridire, e li porta a Roma per cifre esorbitanti, che variano a
seconda dell’ebetudine che ne tradisce il volto. Italiani non ne carica.
“Welcome
in Italy!”
Oggi,
però, ne carica uno. I turisti se li sono accaparrati già tutti i regolari, e
se non vuole tornare a casa con le pive nel sacco bisogna fare un’eccezione…
avrebbe comunque fatto un prezzo onesto.
Del
resto quell’uomo, un obeso patologico alto un metro e mezzo, pelato come una biglia
di vetro, non vuole andare a Roma ma ad Albano, sul lago… non dista molto dall’aeroporto.
Il
passeggero si stravacca dietro, pesante, rantola… l’afa estiva lo rende
fradicio di sudore: sulla Tipo dello Scipioni non ce n’è aria condizionata. Si
crepa di caldo.
Il
tassista manco ci prova a far conversazione, perché quell’obeso ha un’aria come…
come se in una giornata avesse perso moglie, madre e lavoro. Truce. Nota dallo specchietto che le ascelle gli si
chiazzano mostruosamente; aloni verderame si spandono come macchie d’olio,
congiungendosi all’altezza dei seni, pronunciatissimi, femminei, e allagando la
camicia troppo stretta.
L’Alvaro,
mentre guida, si sente stretto da un principio di soffocamento… vedere quella
bestia che suda e soffre lo opprime; la colazione gli torna su.
“Le
dispiace se me fermo un attimo? Nun me sento bene… blocco il tassametro!”
“Manco
per il cazzo.”
Risponde
placido il ciccione, e tira fuori dal retro dei pantaloni una rivoltella che
punta alla nuca del tassinaro.
“Oddio…
per favore, che vole fa?”
“Andiamo
ad Albano, sul lago.” ribadisce il cliente rantolando, la voce impastata, la fronte
gocciolante sudore come una grondaia dopo che piove.
Facendo
appello a tutte le sue forze, al suo autocontrollo, chiudendo lo stomaco,
Alvaro continua a guidare.
Intanto
il ciccione prende a spogliarsi con una mano sola; lento, metodico… un pezzo
alla volta si toglie tutto, financo le enormi mutandone beige che ne coprivano
un pene minuscolo, invisibile, nascosto ancora dall’epa debordante.
Un
fetore inumano invade l’abitacolo; Alvaro è in preda ai conati, piange a
singhiozzi ma non può fermarsi. L’obeso gli tiene la pistola contro la nuca.
“La
prego… la prego!”
Per
tutta risposta la bestia prende a petare. Forte, rumorosamente. Alvaro continua
a piangere con quanto più fiato ha in gola; sudore e lacrime gli velano l’occhi.
Non
solo peta: caga anche. Fiotti di merda allagano il sedile dell’autovettura… e
il grassone pare trasformarsi in un’indistinguibile palla organica: un ammasso
amorfo che rantola e caga, dal quale spunta, fredda e decisa, una pistola
pronta a far fuoco.
Alvaro
perde il controllo della vettura; le lacrime e la paura lo sconvolgono. Esce di
strada rompendo il guardrail, ma prima che la Fiat Tipo intestata alla moglie,
Marisa Lampretti, finisca nelle acque del lago, la pistola fa fuoco.
La
coscienza di Alvaro Scipioni, infiammatasi come la capocchia di un cerino, perde
un colpo.
D.M
Immagine, Bruegel il giovane, ballo di nozze in taverna.
| inviato da lalama4 il 27/10/2011 alle 12:58 | |
27 luglio 2011
Trattori in trattoria - V
Il benservito
Quell’inverno la
mia infezione alla vescica aveva oltrepassato d’una buona spanna il livello di
guardia; dovevo pisciare, con fastidi d’ogni tipo, con una frequenza
esasperante.
Mi trovavo in Cornovaglia
- era il periodo in cui viaggiavo molto - e tiravo a campare lavorando come
cameriere in un ristorante italiano di bassa qualità, gestito da gente di
Avellino.
Guadagnavo
molto... non certo per la paga che mi corrispondevano quei morti di fame, ma grazie
alle mance che immancabilmente gli avventori inglesi lasciavano tintinnare (se
non addirittura frusciare) sul tavolo al momento di levar le tende.
Dall’indaffarato
uomo d’affari con la bombetta, alla vecchia pensionata amante della cucina
italiana, fino agli adolescenti innamorati che si guardavano negli occhi
davanti a due margherite fatte a cazzo di cane; gli inglesi, a fine pasto,
lasciavano sempre un bel gruzzolo per chi l’aveva serviti e riveriti. Gli
italiani mai.
Servire gli
italiani era un patema d’animo: tante chiacchiere, complimenti... volevano
sapere che ci facevi lì in Cornovaglia, cosa visitare, come muoversi... e mai
che lasciassero un centesimo per te. In proposito, venne un giorno una bella famiglia:
una coppia di grassi toscani con due figlie, una era down. Mi ammorbarono di
chiacchiere, di richieste petulanti per la figlia disabile (tovagliolini,
piatti, posate in sovrappiù, ricette particolari e via così...), e,
naturalmente, alla fine, pagarono il conto con precisione centesimale.
Tornarono poi l’indomani...
mi ci misi di tigna allora, servendoli di tutto punto e con un riguardo quasi
grottesco; offrii all’uomo un dito di whiskey locale, concionando per venti
minuti sulla differenza con lo scotch scozzese; tenni aperta la porta mentre
uscivano... niente, neanche un pidocchiosissimo centesimo di mancia!
Tornarono il
terzo giorno; l’ultimo prima del loro ritorno in patria.
“Stavolta son
cazzi loro” pensai. Quando, visto il freddo che montava per strada, mi chiesero
cinque zuppe calde, capii immediatamente il da farsi: svuotai la vescica - che tra
l’altro fremeva - nelle cinque scodelle, attento a diluire per bene l’orina nel
brodo e a non far torto a nessuno, spillando il giallo liquido in parti uguali
per tutti i componenti della famiglia.
Il tutto sotto
gli occhi, un tantino sorpresi e divertiti, di Irina, la lavapiatti rumena che
qualche settimana dopo mi chiavai di brutto nello stambugio che serviva da
magazzino, al piano terra.
Ma questa è un’altra
storia...
| inviato da lalama4 il 27/7/2011 alle 1:51 | |
15 giugno 2011
Strali misogini - X
Cazzi di straforo
Marisa Lampretti,
44 anni quarantaquattro, domiciliata in Roma e coniugata, tre figli di cui due
ancora in casa, usava, da qualche tempo, passare le mattinate a cercare su
internet incontri clandestini.
Saltabeccava,
sbrigate le faccende, da una chatroom all’altra, sciorinando foto che la
ritraevano come mamma l’ha fatta... autoritratti si intende, scattati al cesso
davanti allo specchio, spesso mentre qualche componente della famiglia bussava
spazientito.
In tre mesi di attività
s’era portata in casa, in orari fattibili, un militare calabrese, un
disoccupato trentacinquenne, uno studente fuorisede e un commerciante al
dettaglio. Ora era in trattative con
Giorgione, un energumeno che, via fotografie, aveva dimostrato di possedere un
attrezzo di dimensioni appetitose.
“Tra un cazzo di
straforo e l’altro ogni tanto ti capita la sberla”, diceva tra sé e sé Marisa
più compiaciuta che mai, mentre intanto aspettava Giorgione affettando le
cipolle per lo stufato, con gli occhi che le pizzicavano lacrimosi.
| inviato da lalama4 il 15/6/2011 alle 15:17 | |
6 giugno 2011
Un colpo di mazzapicchio

* * *
Era arrivato il giorno tanto atteso da una messe di
cittadini frementi: il referendum! Si votava, finalmente, per l’abrogazione
della legge sulla riapertura delle case chiuse. L’aria, nel Paese, era elettrica.
Da un corsivo uscito su Paese Libero, a firma di Ilenia
Chiavarotti, sei mesi prima: “Giusto ieri, un gruppo di sediziosi parlamentari,
capeggiati da quel tiratore libero che tutti conosciamo col soprannome di mazzapicchio – nomignolo che gli
ambienti loschi che è uso frequentare gli hanno attribuito, secondo i ben
informati, per l’esercizio equivoco delle sue estroflessioni genitali – e che
all’anagrafe risponde al nome di Giangiacomo Prunotti, profittando di un
momento di flessione della sinusoide attentiva
dei lavori del consesso parlamentare, ha dato il là a un delirante manipolo di
persone che definire uomini sarebbe un oltraggio al comune pudore, e che dire onorevoli è come attestare, ahinoi, il
malessere di una democrazia tracotante e falsa, che hanno votato e dunque fatto
passare la legge sulle case chiuse. […] Che l’opposizione, poi, fosse in massa
assente, dopo le ipocrite promesse di rimediare
alla demenza senile dei senatori (le farisaiche parole di quel filibustiere –
che mi quereli! – di Cinciallegri, capogruppo alla Camera dell’opposizione – l’opposizione?)
ci pare un’infamia ancora maggiore, degno atto di contumacia coi disegni di una
maggioranza laida quanto astuta. […] Lina, Lina Merlin, è a te che si rivolgono
gli onesti nell’ora della vergogna: rivoltati pure nella tomba, ne hai tutto il
diritto!”.
La situazione, in breve tempo, s’era fatta critica:
criticissima. Donne in piazza; manifestazioni confuse della sinistra
alternativa; urrà di stuoli di giovani e meno giovani esacerbati dallo
squallore dei bugigattoli delle cinesi e dalla rozzezza pur a buon mercato
delle rumene; urrà delle italiane, che finalmente avrebbero smesso di soffrire
la concorrenza sleale di cinesi e rumene; stridii lamentosi di giornali
cattolici; accuse dal clero; urrà del clero; parlamentari pilateschi che, in
televisione, si dicevano “inorriditi”, dimentichi tuttavia se quel giorno si
trovassero alla toilette o al bar. La pubblica opinione divisa, ma moralmente
orientata alla condanna; famiglie dove serpeggiava, alla sera, davanti al
piatto di minestra e alla televisione accesa, il più febbrile dei silenzi, per
via della presenza a un tempo di cattolicissimi genitori e di giovinastri arrapatissimi.
Nostalgici tutti presi da una propaganda antireferendaria per le vie del
centro, il fine settimana. Televisioni e giornali a cavalcare spudoratamente la
tigre. Basta! era il grido che si
levava con maggior foga dalle bocche degli intellettuali, troppo presi dai loro
circuitanti lavorii mentali per occuparsi di materia tanto “bassa”.
No, non si poteva andare avanti per molto, in ogni caso: era
avviso di molti.
Le firme per il referendum furono presto raccolte: non c’era
dubbio che si sarebbe raggiunto il quorum, il giorno del voto, e che lo si
sarebbe, anzi, trasvolato d’un soffio (da
un articolo a firma della già citata Chiavarotti, in vena di futurismi). Il presidente
della repubblica s’era detto convinto che la democrazia, ancora una volta,
avrebbe vinto, qualunque fosse l’esito. Il voto, come da tradizione, fu politicizzato
al punto da far vociare l’opposizione sulle dimissioni in blocco del governo,
in caso di esito positivo.
Il giorno del referendum. La grancassa democratica a battere
i suoi colpi, ancora una volta.
Il mare, quella domenica di fine maggio, poteva aspettare. Ci
sarebbe stata tutta l’estate per il mare. E se proprio ci si doveva andare, per
far contenta la figliolanza o le mogli in fregola, che si passasse prima, o
dopo, al seggio. È una questione morale.
Le vacanze, per la gioia di molti studenti, iniziarono
prima.
Vinse il sì: legge abrogata. In ogni caso, aveva vinto la
democrazia.
Per gli scranni parlamentari, però, iniziò a serpeggiare
malumore. Nelle famiglie, iniziò a serpeggiare malumore. Un intero paese di
malumori malcelati, la sera davanti alla minestra e davanti al televisore
acceso. Darsi la zappa sui piedi, e non sapere il perché!
Fino a quando, qualcuno, in Parlamento, portavoce, per una
volta almeno, della plebe, e sicuramente più avveduto sullo spirito dei padri
della Costituzione, si rammentò che una legge la si può abrogare, certo, ma un’altra
legge, non identica nella forma – foss’anche per una virgola – e dunque simile,
praticamente uguale nel contenuto, la si può sempre approvare. In fin dei conti,
non è come per le riunioni del consiglio comunale, che indirne uno è sempre una
scocciatura se non fosse per l’indennizzo di fine anno: il Parlamento lavora alacre
tutto l’anno, e lo stipendio è comunque assicurato!
Così fu fatto. I giornali non ne diedero notizia, se non di
sfuggita, e senza entrare nei dettagli, se non abusando di tecnicismi
scoraggianti per ogni sano e robusto lettore; troppo impegnati, del resto,
giornali e lettori, in quel torno di tempo, con un caso di cronaca nera:
efferatezze degne di Jack the ripper. Anche la nostra Chiavarotti, quell’abile
manipolatrice di opinioni, in vacanza dopo l’estenuante ma fruttuosa battaglia,
si trovò nelle condizioni di ignorare le
astute e corrotte trame della cricca che ci governa: quando si dice la sincronicità!
Case chiuse, inevitabilmente, iniziarono a spuntare come
funghi, dovunque, in città e in provincia. Tasse fresche, igiene e controllo
sociale, i padri che iniziano i figli come ai bei tempi! Cinesi e rumene a
lavorare clandestinamente, in sottoscala umidi. Un trionfo. Ci si abituò: ci si
abitua a tutto. Soprattutto agli antichi valori, quando finalmente è venuto il
tempo di ripristinarli. Le tariffe, rigorosamente esposte fuori la porta. Per cinquanta
euro, in tempi di saldi, asciugamano e sapone compresi.
Ancora una volta, a trionfare era stata la democrazia: su tutto e
su tutti.
| inviato da lalama4 il 6/6/2011 alle 1:57 | |
18 maggio 2011
Strali misogini - IX
Come sbarcare il lunario
“Sta attento Gino
- mi ripeteva Antonio sorseggiando la sua birra - le ragazze brasiliane fanno
sempre così; mettono in campo tutto l’arsenale per farti perdere la brocca! Ti
dimenano sotto il naso quei culi perfetti a ritmo di samba... e il loro scopo,
si sa, è quello di accasarsi! trovare qualche occidentale che se le porti a
casa e faccia loro cambiar vita! Pochi ne ho visti di fessi...” Antonio vive a
Londra da più tempo di me... è abituato al clima multiculturale che si respira
qui nella capitale britannica e si sente in dovere di mettermi in guardia, me
novellino e appena arrivato dalla piccola Italia, dalle insidie che si
preparano.
“Con me cascano
male...” mi limito a rispondergli noncurante, mentre mi pulisco il cerume dalle
orecchie col mignolo della mano sinistra.
Stephanie,
perché parli del diavolo ed eccolo spuntare, arriva al nostro tavolo solare e
sorridente come al solito; mi siede accanto e mi guarda in un modo che... come
biasimare quegli uomini che cedono, che di fronte a quello sguardo, a quel
sorriso a 32 denti, a quel profluvio di pura e cristallina dolcezza, si
lasciano mettere nel sacco e tanti saluti al resto del mondo.
E così Stephanie
me la sono portata a Roma.
Lasciarla lì a
Londra non era nemmeno pensabile... la amo quella ragazza! La amo, porca
madonna!
E chissà se poi era
davvero quello che s’aspettava, la brava menina: una gragnola di colpi a
tempestarle la nuca come subitaneo omaggio della Città Eterna; un laido e umido
bugigattolo dove dormire nelle afose notti d’agosto, in compagnia dei miei
labrador Tobia ed Ezechiele; un lavoro, perché le ho anche dato lavoro - anima grande
che sono - del tutto indipendente, in un piccolo e grazioso appartamento climatizzato
dalle parti del tuscolano... dove esercita, col frizzante e simpatico nome di “Nany
la Brasiliana”, l’unico mestiere (o uno dei pochi) che in una società sana una
donna dovrebbe svolgere.
| inviato da lalama4 il 18/5/2011 alle 16:41 | |
28 marzo 2011
Valori Italiani - III

In virtù di
chi o di cosa, io, Gino Testa il gesùcristo, Gino Testa lo spaccaculi, Gino
Testa capo lamellare, possieda il diario segreto del fu Roberto Raspelli... non
v’è dato di saperlo!
Vi basti il
dono che vi faccio, ometti, nel pubblicare fresco fresco uno stralcio dai più
sugosi... stralcio nel quale, il prode autore televisivo, morto ier l’altro
durante un festino a base di droga e transessuali, dà prova e dimostrazione di
come un Italiano, con la I maiuscola, sappia approdare al successo con intuito
e caparbietà!
G. T
* * *
Il negro dalle uova d’oro
Ci misi meno d’un secondo, appena mi capitò tra le
mani la storia di Abid, a intuirne le enormi potenzialità. Non so spiegarlo... è come se in testa mi
suonasse un cicalino, all’improvviso, netto ed inequivocabile! “Qui c’è da far
soldi” sussurra una vocina; e tutto va da sé.
Quel folle negro, ormai sui quaranta e dedito
soltanto all’ozio e alla bottiglia, una notte di un mese e mezzo fa abbordò una
ragazzina per strada: una giovanissima e graziosa mulatta! Questo m’è sempre
parso strano... si sa che i negri bramano le nostre donne, le bianche... ma
tant’è, i fatti son questi!
La poveretta si trovava nel posto sbagliato al
momento sbagliato; rincasava dopo una festa a casa di amici, tutta sola... e il
caso ha voluto che il buon Abid, ubriaco come un somaro, si trovasse a
ciondolare proprio da quelle parti! Entrò subito in azione.
Dopo essersela schioppata come solo quelli della
loro razza san fare, la lasciò in un parco pubblico a piangersi addosso.
Ci misero poco a risalire a lui, la faccio breve
perché la parte sugosa arriva ora; che ti vien fuori se non che la stuprata è
nientemeno che la figlia di Abid, frutto di una burrascosa relazione del negro appena
arrivato in Italia diciassette anni prima!
“Eccola, perdio ladro, la storia che cercavo...
quel negro sarà la mia ricchezza”... divento una furia nell’appioppare al cioccolatino i
migliori avvocati, affinché l’incarcerazione si ritardasse il più possibile
(puntammo su una presunta compiacenza della troietta); inoltre lo metto subito in
mano alla mia agenzia, che in poco tempo lo trasforma in un personaggio
mediatico di gran successo! Abid si fa tutti i migliori salotti televisivi...
passa dal dare opinioni sul delicato tema dell’incesto a giudicare la sfida a
colpi di manicaretti tra due cuochi! All’apice del successo, e a pochi giorni
dalla galera, si fa persino una settimana nella casa del Grande Fratello...
dove, con gran beneficio per gli indici d’ascolti, dà libero sfogo alla sua
sberla negra, inchiodando in diretta televisiva un paio di italiche mignotte.
| inviato da lalama4 il 28/3/2011 alle 2:45 | |
17 marzo 2011
Il Grillo
In omaggio a Raniero Marcovaldo dai Ricciumi, scrittore fantastico per l'infanzia troppo presto negletto da posteri ingrati, pubblichiamo, tra i suoi apologhi prosimetrici, quello preferito da Gino Testa e dai lamellari, tratto dall'ormai introvabile volume "Uomini e insetti". Godetene.
* * *
Tra un porcino e un pisciacane Massimiliano aveva
scovato un grazioso grilletto. (Propocrop!) Si sa, i vecchi han bisogno
di calore umano, e quel simpatico animaletto faceva proprio al caso loro. Dopo
un’iniziale ritrosia, Claudia, vecchia dal cuore d’oro, l’avrebbe accolto a
braccia aperte proprio come un figlioletto. L’avrebbero chiamato Nanni,
l’avrebbero educato alla parola, gli avrebbero insegnato a leggere, a scrivere
e a far di conto. Insomma, finalmente, alla loro veneranda età, avrebbero
potuto sentirsi mamma e babbo. E così fu.
I due vecchi impararono ad amarlo; Nanni era quello
che suol dirsi un bravo scolaretto: serio e volentoroso. (Propocrop!)
L’avessero acconciato con frac e bastone da passeggio, Nanni avrebbe fatto la
sua porca figura in una serata di gala; l’avessero pure istruito sulle cose
della fisica quantistica, Nanni avrebbe sbaragliato le teorie correnti, e così
via.
Ma si sa, l’eccesso amoroso di rado non sfocia nella
gelosia: Nanni ne fece le spese. Sia Massimiliano che Claudia avevan preso
l’abitudine di chiuderlo in una gabbietta costruita a bella posta: dopo ogni
nuovo ammaestramento ve lo rinchiudevano, temendo che l’amato pargolo
zampettasse via dal loro cuore; il grilluzzo ne soffriva. La gelosia dei vecchi
coniugi, Massimiliano e Claudia, cresceva iperbolica almen quanto il
corpicciuolo del grillo: se ogni volta che venivano ospiti, evento raro per due
vecchi coniugi come Massimiliano e Claudia, la gabbiucola veniva celata alla
vista tramite la vestaglia della vecchia, è pur vero che la gabbia al buon
Nanni iniziava a stargli stretta. Difatti, le dimensioni grillesche crebbero
d’ora in ora, fino a raggiungere le rispettabili misure d’un grosso tacchino
pronto per il forno. (Propocrop!) I vecchi ne rimasero piacevolmente
sorpresi. Claudia in particolare, che poteva sbizzarrirsi, sferruzzando da mane
a sera, a confezionare maglioncini e sciarpette per l’amato Nanni.
E un giorno, mentre provava su Nanni un paio di
morbide brachette, s’accorse, e che gustosa sorpresa, che tra le due
stecchiformi zampette – strana discrepanza quella tra il carnoso tronco verde e
quei sottilissimi arti che pur ne sostenevano il peso con rara efficacia – tra
le due stecchiformi zampette, dicevo, s’accorse della presenza di una piccola –
ma non poi così tanto – proboscidella grinzosa e pulsante. “Santo Rocco, ma
allora non m’ingannava il mio occhio di vecchia quand’adocchiavo il batacchio e
m’acqueggiava lo sticchio...” (Claudia tradiva siculorigine). Nanni rispose
alla cacofonica esclamazione sghignazzando il suo Propocrop! Nonostante,
infatti, ormai padroneggiasse l’italiano come il contadin la zappa, Nanni s’era
serbato il vezzo del suo bestiale “propocrop!”, sfrigolamento
labio-velar-vibrante.
Sobillato dai bizzosi fantasmi della fresca
gioventù, il rugoso medio di Claudia, rotto ormai da anni alle fregagioni
autoerotiche cui era sottoposto, prese a titillar senz’indugio – gesto
meccanico – l’arnese grillesco. “Ti soddisfo, nonnina!” ringhiò Nanni “No come
tuo marito, quel pesce fradicio. Fatti un bel grillone, aitante e rubesto. Vi
spio la notte, cosa credi?, Masimiliano non ce le fa! Fatti un grillone,
perdio!” E se lo fece...
Sembrava che Nanni e Claudia avessero vissuto la
loro vita pusillanime in attesa di quel glorioso momento, e se la godettero, ah
se se la godettero!

| inviato da lalama4 il 17/3/2011 alle 18:36 | |
3 marzo 2011
Strali misogini - VIII
Fatal error
La finestra dà su un paesaggio squallido quasi quanto il motivetto
blu scuro che fregia le mie mutande sdrucite… Temo gli effetti astringenti del
vento freddo che trapela da uno spiraglio, e invece…
Caterina, dolce Caterina… hai innescato la mia furia dicendomi che mi avresti
portato in un posto che mi sarebbe piaciuto molto, ed è un posto isolato,
lontano da sguardi indiscreti, silenzioso, ovattato, qui all’ultimo piano dell’università…
Guarda, ti piace?, mi hai chiesto con
quello sguardo fintamente ingenuo… Hai venti e rotti anni, chi vuoi incantare?...
Mi piaci tu Caterina, e intanto ti
abbranco il collo, te lo bacio con furia inaudita, e tu assecondi i miei
movimenti iniziando a gemere, gemi come la puttana che sei… Dimmi che mi ami… E io te lo dico, tranquilla, te lo dico se basta questo
perché la mia sberla scudisci a destra e a manca… Ti tocco la fica intanto, ti
ci passo la mano inzigante senza riguardi mentre ti bacio la bocca carnosa, e
poi di rimando ti brancico una tetta… Ti strappo violentemente la maglietta che
ne esalta la grossezza, di quel seno tuo turgido – tu gradisci, non v’è dubbio,
me lo confermano asseverativi i lamenti soffocati, li soffochi forse per tema
di essere scoperta dal bidello che, quattro piani più sotto, occupa un
bugigattolo laido? – e inizio a leccarlo e a succhiarne il capezzolo indurito, dalla
foga finirei per strapparlo con un morso questo tuo capezzolo indurito se solo
non mi saltasse il grillo di lavorare col medesimo ardore l’altro tuo seno… E
intanto tu ti dai da fare col mio attrezzo, ne sondi la mostruosa durezza, e
ciò ti eccita a dismisura, e infatti la mia mano che ancora indugia dalle parti
della tua zona pubica avverte l’irrefrenabile umidore di fica che inizia a
trasudare perfino attraverso il tessuto jeans… Dimmi che mi ami… Ti amo, puttana, certo che te lo dico, te lo dico
quante volte vuoi… tra un po’ te lo dice pure il mio cazzo, sta a sentire… Ti
sfilo di dosso i pantaloni adesso, mentre tu sembri recalcitrare solo perché ti
ostini a lavorare il mio aggeggio di bocca… Non ora! ti urlo, non è il momento bambina mia… Ora è venuta l’ora del
cazzo, esplode, lo vedi tu stessa, è ora che il mio cazzo ti chiavi… Amore, mi dici, per blandirmi
compiaciuta… Lo so che mi ami, come non amarmi?... Godi! ti sbraito da dietro, mentre comincio a darci
sotto di stantuffo… E tu godi, godi, non sai fare altro… Gran puttana: l’ho
sempre detto… Come gode lei… Gran puttana… Guardo il paesaggio mentre ti sborro
in fica, ne ammiro i contorni e il nitore, e tu pure godi, ancora una volta, ferinamente, partecipi al banchetto del piacere senza freni inibitori…
Chi ti potrebbe placare?… L’hai presa
la pillola ieri sera?, ti chiedo… No
amore, mi sono dimenticata, mi rispondi…
Sguaino il mio extrema ratio…
| inviato da lalama4 il 3/3/2011 alle 0:32 | |
14 febbraio 2011
Trattori in trattoria - IV
L’invincibile
Assiduo
frequentatore delle osterie dell’alta Tuscia, Alessandro Pelacani, per gli
amici Sandrino, era meglio conosciuto come l’invincibile.
Grosso e peloso
come un orso, vantava un appetito formidabile; ed era campione nel singolare
sport dell’abbuffata. Spesso, difatti, le sagre della zona in questione organizzano
tali competizioni un poco barbare, e lui non ne mancava né ne perdeva una...
che si trattasse di bruschette o pappardelle al ragù faceva lo stesso; Sandrino
l’invincibile era invincibile davvero.
Aveva persino intrapreso,
anni addietro, qualche trasferta in Friuli o Piemonte... e aveva sbaragliato senza
appelli chiunque gli si era incautamente parato davanti. Per i compaesani era
un orgoglio: molti lo amavano.
Osti, camerieri,
trattori e cuochi no: lo odiavano a morte!
Svuotava come
nulla fosse le dispense più fornite; trattava con malgarbo e superiorità i
camerieri che lo servivano e dileggiava i cuochi che, a suo dire, non erano in
grado di sfamarlo a dovere.
Per anni andò
così; ma l’orgoglio di certa gente di campagna è come un cane che dorme... se ne
sta cheto e buono nel suo cantuccio, non si sbandiera ai quattro venti... ma,
svegliato, mette in campo cazzi grossi e amari, difficili da smaltire.
Tutti gli osti e
i trattori dell’alta Tuscia, dunque, si riunirono un giorno con l’intenzione di
sbarazzarsi in via definitiva di Sandrino Pelacani; fu in occasione di una
grossa sagra mangereccia che si teneva ogni anno a Nepi, all’ombra del castello
dei Borgia.
Il piano era
semplice e diabolico: volevano unire le loro forze e i loro mezzi per dargli da
mangiare... per riempirlo come una botte di pietanze esageratamente caloriche,
prepotenti; consapevoli che, nella sua ingordigia, quella bestia avrebbe
continuato a mangiare fino a tirar le cuoia. Lui, per ripicca, smetteva solo
quando non c’era più nulla in dispensa.
Sotto gli occhi
di centinaia di avventori, quella combriccola di improvvisati assassini se la
rideva non poco... fregandosi le mani mentre Sandrino ingurgitava senza posa
bruschette al lardo pestato, frittelle allo strutto, timballo di ravioloni al
burro e così via.
E davvero, dopo
ore di quella lotta inverosimile, parve a tutti di vedere negli occhi
dell’invincibile un vacillìo sommesso.
Quando al
tramonto (sotto le mura dei Borgia erano ormai rimasti solo gli osti e il
Pelacani) le vivande sull’immensa tavolata erano esaurite, i due contendenti
ancora si fronteggiavano impavidi, digrignando i denti e fissandosi in
cagnesco... visibilmente provati.
Sandrino era
pallido come non mai; non aveva mollato e s’era divorato quintalate di roba...
adesso sembrava sul punto di schioppare... di espandere allegramente il proprio
corpo per aria, come un fagotto eccessivamente farcito. La combriccola
trepidava impaziente; incredula nel vedere quell’energumeno ancora in piedi.
Sul tavolo c’era
ancora una, e una soltanto, oliva verde... di quelle grosse in salamoia.
Il Pelacani la
prese, nel silenzio generale, tra due dita grosse come maritozzi. Tutti trattennero il fiato.
Quando se la
schiaffò in gola per un attimo il tempo si fermò; Sandrino strabuzzò gli occhi
e cambiò tre o quattro colori nel giro di pochi secondi... gli osti si alzarono
dalle loro sedie all’unisono, come fanno i tifosi delle tribune d’onore per
vedere il concretizzarsi di un’azione da gol.
E quando infine
tutti si aspettavano lo schianto, arrivò invece il rombo.
Il divoratore
ruttò con una potenza insospettata, rovesciando i bicchieri di carta semivuoti
che aveva sul tavolo. Ruttò forte, e con una sonorità piena e appagante... riprese
dopo pochi attimi il suo naturale colorito.
Un sorrisetto sibillino
e cattivo allora gli si disegnò in faccia.
Gli osti
sgranarono gli occhi increduli, qualcuno sull’orlo del pianto... si tennero
forte le mani a vicenda, mai così consapevoli di un fallimento bruciante.
L’invincibile si
levò in piedi con insospettata agilità e rivolse ai trattori un cenno
divertito:
- Tutto qua?
Mezzeseghe! C’ho ancora fame... vado a casa, magari m’è rimasto qualcosa di
ieri.
E, con le mani
in tasca e fischiettando un motivetto paesano, se ne andò lasciando quelli alla
loro disperazione.
| inviato da lalama4 il 14/2/2011 alle 21:8 | |
4 febbraio 2011
Stralci lamellari
Direttamente dallo scrittoio di Gino Testa, proponiamo qui di seguito cinque stralci, o abbozzi, di racconti principiati e mai conclusi. Ottimi per stuzzicare l'appetito a golosità ben più corpose... buona lettura filistei! Coudaric
UNA SPORCA BURBA
Nella sala grande del bar Ginetto
c’erano buttati da sempre quattro o cinque tavolini, dove, in qualunque ora
della giornata, stavano sempre accroccati come corvacci un buon numero di
vecchi.
Si incastravano là, tra gambe di
legno e sedie robuste… e poi, per uscirne fuori e liberarsi da quell’intrico,
era sempre necessaria una lunga e paziente operazione.
LA MAPULA
Svegliandosi quel mattino dopo
sogni inquieti, Filippo si trovò sullo zigomo sinistro, rosata e viva come un
bocciolo di campo, una grossa e ripugnante mapula.
Stette dunque una buona mezz’ora
chiuso in bagno, a ragionare sulle possibilità di occultare alla moglie quel
disastro epidermico... mentre il resto della famiglia, spazientito, bussava
continuamente alla porta e chiedeva all’uomo di spicciarsi.
COME PERSI IL LAVORO
Mio suocero mi consigliò un
giorno una dieta a base di prugne secche californiane.
Fu durante un mastodontico pranzo
famigliare, credo si trattasse di qualche comunione o battesimo... e mi diede
il consiglio sottovoce, forse prendendomi da parte un attimo, per non turbare
l’appetito degli altri commensali.
LUNA ROSSO SANGUE
Il dottor Mc Rose spronava i
cavalli del suo calesse all’inverosimile, e alzava sulla sterrata della contea
di Redville una nuvola di polvere che subito veniva mangiata dalla nebbia.
- Nebbia infernale... -
sussurrava tra i denti, macinando metri su metri e tenendo stretta nella mano
libera la sua valigetta... lì dentro c’era la vita per mister Jenkinson, e
doveva arrivare in tempo.
A qualunque costo.
IL COLBACCO DI IRINA
Ho sempre avuto una passione
forsennata per i cuscinetti rosa sotto le zampe dei cani, dei cuccioli
soprattutto. A dieci anni avevo la tigna di usarli per segnare i numeri sulla
tombola, creando sempre qualche disordine nel parentado riunito per le feste.
| inviato da lalama4 il 4/2/2011 alle 16:25 | |
21 gennaio 2011
Strali misogini - VII
Donne rampanti
Mi tirai su le braghe con quel
senso di sconforto che sempre mi avviluppa in tali frangenti, e mi ritrovai a
rimpiangere la mia debolezza.
Antonella si pulì il labbro
inferiore con un fazzolettino e rinforcò i suoi occhiali compiaciuta... gran
mignotta, gran mignotta che era!
- Allora commendatore - mi fece -
adesso direi che siamo d’accordo? -con un sorrisino, un ghigno anzi,
quasi mefistofelico. In risposta mi limitai a grugnire.
Rimise nella sua borsa in pelle
da centinaia e centinaia di euro (chissà quale manzo s’era lavorata per quella)
l’insulso curriculum vitae corredato di lettere di presentazione e quant’altro,
una confezione di preservativi e una piccola trousse per rifarsi il trucco.
- Ci vediamo presto commendatore,
mi stia bene.
- Uhmf...
Mentre usciva dal mio ufficio
dimenando il sedere e stacchettando rumorosamente sul parquet, pensai che
quella gran mignotta, nel giro di poco tempo, sarebbe diventata un ministro
della Repubblica.
Ebbi ragione.
| inviato da lalama4 il 21/1/2011 alle 13:3 | |
16 gennaio 2011
Valori Italiani - II

Anno nuovo, nuova
testimonianza di valori italiani. Quando la spavalderia arrogante di uno
sbarbato cozza colle ragioni di un gesùcristo, il più delle volte vince il
gesùcristo. Sandro Lonzi odia le prepotenze. Adesso ce lo dice dal carcere,
luogo nel quale è stato rinchiuso dopo essere stato giudicato colpevole di
omicidio aggravato, e dopo essersi beccato trent’anni. Però, dice lui, – l’ha
detto a me in confidenza – rifarebbe tutto da capo. Togliersi la soddisfazione de
mannà ar creatore un prepotente… lui se l’è tolta. E quando uscirà, perché lui è ben
convinto di resistere, quando uscirà dar gabbio, se incontrerà qualche altro prepotente… bè, leggete e saprete.
Gino Testa
* * *
Con una pistola a portata di mano
- Ominicchio… levati! - Ominicchio a chi?
- A te…
- A me?
- A te a te…
- A me…
-
Mh!
- …
- Sei un ominicchio.
- E questa… la vedi? La vedi questa, la vedi che
d’è?
- …
- Stai muto adesso, eh? Mo’ sta muto… Sto fijo
della merda… adesso non le dici più le cazzate eh? Adessi te cachi sotto, te lo
dico io, è vero o no? Di’ che è vero, pezzo de merda… Dillo perdio o te faccio
saltà quelle quattro cervella che te ritrovi cristo d’un dio! Dillo!
-
Mi caco sotto…
-
Dillo più convinto porcodio…
-
Mi caco sotto, mi sto cacando sotto…
-
Sento la puzza infatti, me fai schifo, tu e
quella puttana de tu’ madre, vecchia bagascia che t’ha cacato pe’ sbajo…
puttana maledetta.
- …
- È ‘na puttana tu’ madre, o no? Dillo!
- È una puttana…
- Dillo bene porcodio… di’ “mi madre è ‘na puttana
de merda”.
- Mia madre è una puttana di merda…
-
Dillo più forte cazzo!
-
Mia madre è una puttana di merda.
- Bravo cojone… te convinco mo’ co’ questa in mano
eh? La voresti avè tu eh? Te piacerebbe cazzone tenella tu in mano… te
piacerebbe… te piacerebbe ‘sto cazzo cojone de merda… ‘sto cojone de merda…
- …
- Stai zitto mo’ eh?… schifoso maledetto. E mo’,
mo’ che cazzo famo? Puttana della madonna….
- Non lo so…
- Chi t’ha detto de parlà? Ma cristo d’un boia, ma
chi cazzo t’ha detto de parlà? T’ho forse detto de parlà? Te l’ho detto? No
porcodio che nun te l’ho detto, no porcodio! Pezzo di un fottuto coglione… la
vedi questa porcodio, la vedi? Cristo di un dio, te la ficco in gola e te ce
maciullo ‘sta testa de cazzo che te ritrovi…
- …
- Bravo, stattene zitto mo’… muto porcoddio… m’ha
dato dell’ominicchio ‘sto testa de cazzo, a me, così… e mo’ so’ cazzi. Mo’
tocca che rendi l’anima ar diavolo porcadellamadonna… mo’ te ne vai ar
creatore, te ce manno io a quer cazzo de creatore…
- …
- Mo’ so’ cazzi tua…
- …
- Aho, che cazzo fai? In piedi, cojone! T’accasci?
Chi cazzo t’ha detto d’accasciatte porcadellamadonna? Porcoddio t’ho detto
d’accasciatte? Non me pare cristo… In piedi porcoddio! Così, in piedi, che mo’
mori! Affronta la morte da omo… Che mo’ te mando all’inferno a rifrescatte
l’idee… porcodeddio!
- …
- Pam! Mori!
Moorii!
- …
M’aveva dato dell’ominicchio ‘sto pezzo de merda… vajelo a
di’ ar diavolo mo’ chi è ominicchio… ‘sto pezzo de merda…
| inviato da lalama4 il 16/1/2011 alle 14:19 | |
22 dicembre 2010
Strali misogini - VI
La gattara
Un
giorno o l’altro la spaccio... la spaccio perdio! Detesto la sua povertà
estrema, e il modo in cui sembra non curarsene... il modo in cui sembra
sentirsi accettata. Sbagli vecchia infame! Qui nessuno ti accetta... ci fai
schifo! Fai schifo a tutti!
Sei
la mia ossessione... tutti i giorni alle 7 di mattina e alle 9 di sera (detesto
anche questa patetica metodicità) mi apposto dietro le gelosie socchiuse e ti
guardo, ti spio... circondarti di gattacci puzzolenti a cui spiatti una sbobba
fetida come la tua anima. Vecchia
bastarda, morta di fame... scommetto che vivi in una topaia; che la tua
famiglia ti ha abbandonato perché sei una povera squilibrata. E non bearti dei
saluti di Giovannone il macellaio e di Bruno il barista, fai schifo anche a
loro!
Ma
io non me ne andrò da questo mondo infame se prima non avrò ripulito il mio
quartiere - il mio bel quartiere - dalla tua laida e oscena presenza.
La
sento la cirrosi che scoppietta... che mi sbocconcella il fegato come fanno
quei tuoi ripugnanti felini; ma prima che mi abbia consumato le budella e
portato in un posto migliore, assolverò il mio dovere su questa terra... stai
tranquilla mefitica vecchia: hai le ore contate!
| inviato da lalama4 il 22/12/2010 alle 15:47 | |
19 dicembre 2010
Valori Italiani
  
Le feste si
avvicinano, pressanti. Strenna per l’italica progenie, inauguriamo qui di
seguito la rubrica “Valori italiani”. Testimonianze brevi, calde e commoventi di
italiani che ce l’hanno fatta, e che sentivano il bisogno di comunicarlo.
Iniziamo con quella di Carlo Sirima, sodale di mille bevute.
Gino Testa
* * *
Come rinacqui
Rinsavii
del tutto solo una settimana fa.
M’ero
fatto due conti: un mondo controllato da massoni e banchieri, occultati dietro
il paravento dei loro laidi burattini di carne. Un sistema economico in cui la
massa viene rincoglionita in ogni modo possibile e immaginabile, ben contenta
di esserlo. Un sistema politico che si fonda sulla favola ridicola della
democrazia ammannita a generazioni di dementi. Un sistema finanziario creato
secoli or sono da quegli amabili amici senza prepuzio, dei quali non mi
sovviene il nome, che oggi più che mai tengono in scacco nazioni intere. E torme
di alieni, in combutta coi potenti, a parassitarci senza tregua, e a muovere i
fili con abilità e prepotenza. Le cose non potevano continuare così ancora per
molto, la mia pazienza stava esplodendo…
Cosa
feci? Impazzii. Non prima di essermi sparato una bella sega rinfrancante. Mi hanno
internato, esaminato, lobotomizzato. Ne è uscito fuori, eccomi qui!, un ometto
calzato e vestito, pronto all’uso.
In
tutta franchezza, oggi, non vedo l’ora che vengano le prossime elezioni: fremo
all’idea. E non perché confidi in ribaltoni rispetto all’attuale governo, o in
rinnovamenti di alcun genere, o in consolidamenti di ciò che è. Non mi
interesso di politica, io! Ma solo perché, finalmente, da buon cittadino, potrò
esprimere il mio voto su quella sacrosanta scheda. Io amo la democrazia! Benedetta
sia la costituzione del resto, anzi la Costituzione, con la “c” maiuscola, e la
bandiera pure, e il simbolo dello Stato, dove campeggia una bella stella a
cinque punte. Benedetti i politici, e benedetti i massoni, i nostri illuminati fratelli
d’Italia. Se non fosse per loro, che tutto controllano, garanti della libertà,
staremmo tutti peggio: sia detto fuori dai denti.
Viva
l’Italia dunque, e pure l’America di Obama! Viva, viva, viva!
| inviato da lalama4 il 19/12/2010 alle 17:8 | |
5 ottobre 2010
Trattoria in trattoria - III
Una beffa ben orchestrata
Poldo e Marino arrivarono a San
Franco, un grazioso paesino di montagna di non più di trecento anime, proprio
all’ora di pranzo.
Entrambi trepidavano dalla fame e
non vedevano l’ora di avventarsi con rabbia su qualche trattoria
caratteristica, ma siccome erano due persone a modo, metodiche e razionali, non
volevano scegliere così a casaccio, e iniziarono a girarsi il paese per una
panoramica più ampia delle opzioni a disposizione.
- Qui è un bell’ambiente, ma
sicuramente ci spennano!
- Qui non ha i tavolini fuori…
qui non espongono il menù!
Insomma la scelta era dura, e i
due stavano per decidersi casualmente, quando videro un vecchio in coppola e
pastrano che ciondolava in giro, con le mani dietro la schiena.
- Quello ne sa.
- Si quello ne sa, scelga lui!
Chiesero al vecchio perdigiorno, con
garbo e ostentando l’accento cittadino, se consigliasse loro una buona
trattoria dove mangiar bene e a pochi soldi; il viso beffardo ed espressivo di
quello s’illuminò:
- Eh, ragazzi, ma certo! Vi ci
porto io, seguite a me!
Poldo e Marino, rinfrancati,
seguirono il vecchio dal passo ciondolante per una serie di vicoli e vicoletti;
salirono parecchio rispetto alla piazza principale, e si fermarono di fronte a
un grosso portone in legno. Il vecchio prese a sbraitare:
- Marisa… oh Marisa!
Uscì di là una donna enorme, che
ostentava un seno scandalosamente cicciotto e florido.
- Questi due cittadini vogliono
mangiare! Trattameli bene eh, trattameli bene!
Tra i due montanari iniziò un
gioco di sorrisetti e ghigni che ai due ragazzi non piacque, già invero
straniti da tutto il pensiero che s’era dato il vecchio nell’accompagnarli fin
lì!
- Questi ci stanno infinocchiando!
- Iniziarono a sussurrarsi spaventati!
Marisa sistemò senza aspettare Poldo
e Marino ad un bel tavolo interno, vicino la finestra, e poi tornò sul portone
a confabulare col vecchio. Dopo pochi minuti quello ciondolò col viso furbetto
fino al tavolo dei due:
- Torna alla carica… - sussurrò
Marino a Poldo!
E tra un frizzo e un lazzo, quel
sene salace si sistemò a capotavola, come a impedire che i due si alzassero,
come a controllarli.
Complice anche il vino franco (specialità
di San Franco) che Marisa iniziò da subito a far scorrere a fiumi, fu
inevitabile, pei due poveri ragazzi di città, offrire un pranzo luculliano e
costoso a quel vecchio, che, in combutta con l’ostessa, li aveva gabbati come
merli.
| inviato da lalama4 il 5/10/2010 alle 14:16 | |
5 ottobre 2010
Strali misogini - V
Il mio mulo rumeno
Quando
Irina avrà letto l’annuncio, “signore di
mezza età, distinto e benestante, cerca colf per lavori domestici, garantito
vitto, alloggio e fisso mensile”, certo non s’aspettava qualcosa del
genere! Ci ripenso con un leggero sorrisino sulle labbra, mentre guardo, da
sopra il pianerottolo, quella povera crista che arranca sull’ultima rampa di
scale dei cinque piani fino al mio appartamento! Oggi le tocca portarsi a spalla un
ingombrante asse da stiro che in ascensore non c’entrava… ma ogni giorno ne
invento una, a dirla tutta! In
casa la costringo a spostare avanti e indietro i mobili, a mio piacimento, per
vedere come starebbero nella stanza, dico a lei, in realtà per sfruttare al
massimo quel mulo rumeno che mi sono messo in casa, per farle sudare fino in
fondo i pochi spicci che le sbatto in faccia a fine mese.
Naturalmente
nel compenso che le tributo è compreso ogni mio capriccio sessuale, e io sono
un bizzarro! Quando urla o piange non ci faccio minimamente caso… dopotutto nel
palazzo si sa che la tratto come una bestia, ma nessuno ha il fegato di venire
a dirmi nulla... perché sono anche un violento, e le mezzeseghe che vivono qui mi
temono come fossi il demonio in persona.
Quando
incrocio qualcuno nel portone, io avanti e Irina dietro con cinque o sei buste
pesantissime, lo fulmino con uno sguardo prima ancora che possa solo concepire
un qualche tipo di rimostranza. Quel mulo rumeno e mio, e non si tocca!
| inviato da lalama4 il 5/10/2010 alle 14:10 | |
18 settembre 2010
Von Dedenroth, ovvero gli ultimi giorni di un sentimentale

* * *
Il
professor von Dedenroth, chino sul cadavere di Linda Feuerbach, era intento a
trafficare col bisturi all’altezza del pube, proprio mentre il suo assistente
Schneck stava completandone la mastectomia. Le due grosse mammelle – il
professore stravedeva per i seni enormi – Schneck l’avrebbe immerse nella
formaldeide, ognuna in un vaso capiente, come sempre: avrebbero arricchito la
cospicua collezione che faceva bella mostra di sé nello studio del primo piano
(unico, potente eccitante in grado di animare gli spiriti del canuto
scienziato). La vagina, invece, solo il professore poteva occuparsene, e se ne
occupò, emozionato come se fosse la prima volta che armeggiava a quel modo
sopra il corpo nudo di una donna morta: sarebbe stata l’ultima.
Il
professore, quando iniziò ad avvertire, sempre più intensi, quei terribili mal
di testa che lo accecavano dal dolore, e lo costringevano a un massiccio
ricorso all’oppio, all’incirca un anno or sono, licenziò tutti quelli che
lavoravano per lui, compreso il fidato Aldini, suo storico assistente; il
giardiniere, però, fu il più coriaceo: vecchio quanto solo il professore poteva
sapere, non voleva rinunciare per nulla al mondo al suo antico incarico: von
Dedenroth allora, che nel frattempo l’aveva ingaggiato come nuovo assistente,
sguinzagliò Schnek – è il caso di dirlo, data la sua ansimante bestialità –
contro il pover’uomo, il quale, aggredito con una roncolata arrugginita sul
collo, non poté che morire dissanguato entro pochi minuti. Era diventato così
il professore: sbrigativo e deciso. Gli rimaneva poco tempo, del resto, ed era
pronto a tutto pur di compiere il suo piano.
Schnek,
un forestiero corpulento che il professore aveva conosciuto molti anni prima durante
un viaggio di studio in qualche lontana, remota plaga, amava il sesso anale da
praticarsi rigorosamente con donne più vecchie di lui. Diceva per via del fatto
che a quell’età – dai sessant’anni in su – le donne, tutte, hanno un orifizio
vaginale talmente sbrindellato dai colpi del tempo da essere praticamente
inservibile: di qui la valida alternativa. In paese, era difficile che ci fosse
una donna matura, per quanto brutta e repellente, zitella o sposata, colla
quale l’attrezzo di Schnek non fosse entrato in contatto. Circolava voce che i
mariti, nel caso delle sposate, subissero senza recalcitrare.
Se perché venissero esentati da un obbligo resosi sgradevole col tempo, o per
tema delle eventuali ritorsioni della follia disordinata del professore, l’uomo
più potente del borgo, lo sapevano solo loro medesimi.
Lo
studio del professor von Dedenroth era letteralmente invaso di libri di
medicina generale, di botanica, di entomologia, di psicologia, di oftalmologia,
di ipnologia, di letteratura, di poesia, di magia, di esoterismo, di arti
divinatorie, di chirurgia, di negromanzia, di biologia, di chimica e di
fantascienza. Al centro vi era un tavolo di legno sul quale pezzi di corpi
femminili, genitali per la precisione, talora sanguinolenti, stavano ordinatamente
adagiati come lombi di mucca o petti di pollo sopra il banco di un macellaio.
Il
giorno prima von Dedenroth aveva vomitato assieme al pranzo e alla cena, fiotti di sangue scuro. Si stava
spegnendo, lo intuiva. Il suo corpo, però, scosso ora da mille fibrillazioni violente
ma vagheggiate, l’emozione lo aveva agitato al punto da sconvolgerlo, come ai
tempi del primo amore. Sarebbe stata, quella, una seconda, ultima e più intensa
giovinezza, lunga come la vita di una farfalla.
La
sparizione di tutte le vergini del circondario, nel giro di così poco tempo,
aveva sprofondato il paese nel terrore, nella disperazione. E se non fosse
stato per l’opera diversiva di Schneck colle vecchie, forse anche loro
avrebbero provato quei sentimenti che sono tra i peggiori che un uomo possa
immaginare. Nessuno ne ignorava le cause, ma nessuno era in grado di
muovere un dito, neanche i più baldi fra i giovani, i quali, in molti casi, di
quelle vergini fresche e profumate erano i promessi sposi. Aleggiava una
maledizione sopra il palazzo di von Dedenroth, e non c’era stato villano in
grado di opporvisi. C’era chi pensava che solo la morte di quel signore del
male avrebbe placato gli spiriti cattivi che s’erano appropriati di tutto, lì
in mezzo, che tutto avevano corrotto, tutto incancrenito. Allora, e solo
allora, si sarebbe tornati a pregare Dio. Il buon curato era stato scannato da
Schneck in un accesso di rabbia, e di messe da quelle parti non se ne cantavano
più da un pezzo.
Linda
Feuerbach era l’ultima vergine del borgo. Tutti la consideravano una condannata
a morte. Karl-Heinz Feuerbach, il mastro ferraio di quella disgraziata contrada,
voleva invece fare il bastian contrario. Aveva dotato ogni finestra della sua
umile casetta di sbarre di ferro, ogni porta di chiavistelli e di serrature a
tripla, quadrupla mandata. La porta della camera da letto di Linda, quel fiore
appena germogliato, era interamente di ferro: nessuno avrebbe potuto violarne
l’intimità, perdio. Ecco invece la descrizione del suo ratto operato nottetempo
dallo scaltro Schneck, assieme a qualche altro particolare secondario. Benché Karl-Heinz
avesse usato il ferro migliore di cui disponesse, non aveva fatto i conti colla
forza immaginifica e brutale di Schneck, il quale, sgranocchiata una pera, uscì
dal palazzo del professor von Dedenroth, con l’unica consegna di riportare
l’ultima vergine, correndo e bestemmiando. Correva perché gli scappava da
pisciare, e non sapeva ancora che di lì a trenta secondi si sarebbe risolto col
farsela addosso; e bestemmiava perché era figlio del diavolo come il professore
lo era stato di suo padre, Friedrich Wilhelm von Dedenroth. Entrò dentro la
misera catapecchia dei Feuerbach come una furia, divellendo il ferro, il legno
e, se ci fosse stato, anche l’acciaio. In men che non si dica da quando il
turpe assistente era uscito di casa, Linda, morta strozzata, fu stesa sul
tavolo chirurgico dello scienziato; il padre, morto di infarto, stecchito come
un insetto.
Gli
scalpi femminili furono dati in pasto alla gatta del palazzo, che gradì. Von Dedenroth,
nel frattempo, aveva allestito i cadaveri delle pulzelle nel salone grande,
istoriato da arazzi e tele vetuste. I corpi, nudi, una rosellina appena còlta ne copriva
delicatamente la fica rimossa con precisione certosina e mano sicura dal
professore, il quale, vedendo la scena così apparecchiata, illuminata dalla
luce artificiale dei lampadari, si commosse. “Ecco mamma, il mio omaggio per te!”
si lasciò sfuggire tutto eccitato come un bimbetto che tenga nel palmo delle
mani, pulsante all’impazzata, un pulcino snidato. Quel ballo delle vergini,
pronte allo spulzellaggio, commosse profondamente il professore, gli vennero i
lucciconi, persino. Allora si avvicinò al cerchio incantato, l’aria echeggiava
della magia di un valzer, e concesse a tutte l’onore di ballare con lui,
mòvendosi con ali farfalline e passo leggero, come ai bei tempi, per la sala
grande. Si ritirò a notte tarda, confortato nell’animo, e dormì il sonno dell’uomo
lieto. Ora, poteva morire in pace.
Schneck
ereditò il patrimonio intero del professor von Dedenroth, il quale eredi
diretti non ne aveva, e con il patrimonio il suo potere. La
notte fu ancora lunga e disperata nel borgo, per tutti tranne che per le vecchie.
| inviato da lalama4 il 18/9/2010 alle 2:41 | |
1 agosto 2010
Trattori in trattoria - II
Alla trattoria della za’ Mara
Le bruschette con la ‘nduja che
facevano dalla “za’ Mara” erano note
un po’ per tutti i paesotti e paesini della zona, là dove la costa ionica accarezza
e si incontra con le campagne calabresi.
Pino ci veniva addirittura da
Girifalco, sobbarcandosi una mezz’ora di strada col motocarro sotto il sole di
luglio… ne valeva la pena però, perche quelle fette di pane casareccio,
croccanti e tostate al punto giusto, con sopra uno strato di ottima ‘nduja
fatta in casa, decisa e arrabbiata come si conveniva, erano una prelibatezza
per pochi!
- Salute cumpà! - fece allegro
Pino imboccando nella trattoria - cu stu caddu staju murendu! Za’ Ma’,
portatimi nu fiascu e’ vinu iancu d’u frigu e nu paru e bruschette! -
Si sedette a un tavolo libero e
si allentò cintura e calzoni… ne valeva la pena arrivare fin là; una piacevole
frescura pervadeva la stanza, il legno antico dell’arredamento e le facce
riposate degli altri avventori trasmettevano un senso di pace. Arrivarono le
bruschette servite dalla stessa za’ Mara, una donna di una sessantina d’anni
buoni, scavata nel volto e indossante un lercio grembiule da cucina. Pino, trepidante, prese a divorarle senza
posa e le spazzolò via nel giro di pochi minuti; mentre aspettava il primo poi,
pasta fresca col sugo di carne, gli venne da pisciare… e andò al bagno di
corsa.
Conosciamo tutti le proprietà
vasodilatatorie del peperoncino… con la ‘nduja, che se fatta in casa come
quella della ‘za Mara può essere piccante come una razione di scudisciate, ci
si potrebbe fare una formidabile pomata peniena, in grado di arrizzare senza
fallo il più freddo omino che ci sia. Mentre pisciava Pino ne aveva intrise le
mani, e fu un attimo a incremarsi per bene la berlinga di quell’insaccato dalle
straordinarie controindicazioni. In un
lampo la verga gli crebbe a dismisura, dura come la sella d’un cosacco, era
addirittura impossibile contenerla nei pantaloni!
- Aja la Madonn’e portu!- Ringhiò
a denti stretti, e già l’erezione, come in tutti gli uomini bestia, gli offuscò
la capacità di ragionare e usare il cervello. Uscì impazzito dal bagno,
sconvolto in viso, e si catapultò sull’unica donna presente in trattoria…
proprio la nostra za’ Mara!
Tra le risate via via più
grossolane degli altri avventori e l’incredula felicità della vecchia, Pino
chiavò a più non posso, fino a spossarsi l’arnese, e commentando tra uno
sgrizzo e l’altro, invero molto filosoficamente, - Mannaja a la Madonna, chi
m’avia e capitara oja! -
| inviato da lalama4 il 1/8/2010 alle 14:27 | |
28 luglio 2010
Trattori in trattoria - I
Inauguriamo qui di
seguito la rubrica “Trattori in trattoria”. Quadretti vari in puro genere
trattoriale, che avrebbero per protagonisti abituali frequentatori di bettole,
locande, buiaccari e affini.
* * *
Avvisaglie di
salacità
Il colonnello Oliva pranzava,
tutti i giorni dispari, nella trattoria “al
Cantuccio”.
Puntuale come la grappa dopo il
caffè, i lunedì, mercoledì e venerdì varcava la soglia del locale alle 12.15
precise; di una sessantina d’anni molto ben portati, sempre in divisa, alto e imponente,
coi mustacchi (che curava ossessivamente) gonfi e ben lisciati; serio in volto,
serissimo, si recava senza dire “a” al tavolino, sempre lo stesso, e ordinava
una frittata di cipolle, del formaggio stagionato in piatto, e un quartino
della casa.
Capitava spesso e volentieri che
non dicesse mezza parola per tutta la sua permanenza in trattoria (sempre di
venti minuti, mezz’ora al massimo); il cameriere infatti, un truciolo d’uomo
che si chiamava Giovanni, conosceva a memoria il pasto che il colonnello voleva
in tavola; quello poi, dal canto suo, conosceva a memoria l’importo del conto,
e faceva così trovare il contante, più due spicci di mancia, sul tavolo prima
di uscire.
Un mercoledì come tanti entrò al “Cantuccio”, intorno a mezzogiorno, un
trampoliere con sua moglie. Questi, nuovo del paese, sarà stato d’un metro e
novanta generoso, sottolineato poi dalla smisurata lunghezza delle gambe, che,
poste in proporzione col busto molto piccolo, erano sul serio dei trampoli. Era
inoltre molto magro, e questa straordinaria conformazione fece sogghignare un po’
quel perdigiorno di Giovanni.
La moglie del trampoliere era invece
una donnetta qualunque.
Sta di fatto che questo singolare
individuo prese posto, con la franchezza del giusto, al tavolino dove di lì a
poco si sarebbe dovuto accomodare l’Oliva.
Giovanni rimase spaesato qualche
minuto… non c’era in realtà nessun accordo esplicito col colonnello;
semplicemente gli avventori della trattoria erano sempre gli stessi, e tutti
lasciavano libero quel posto, che sapevano essere, in un certo senso, riservato. Il
trampoliere, poveretto, non lo sapeva, e prese dunque posto senza cerimonie su
quella sedia per lui troppo bassa, che lo costrinse a piegare le gambe
esageratamente.
Entrò l’Oliva scuro in volto; l’espressione
del militare, chissà per quale impiccio di lavoro o di famiglia, quel mercoledì
era addirittura funerea.
| inviato da lalama4 il 28/7/2010 alle 20:48 | |
20 luglio 2010
Strali Misogini - IV
Come rimediai una fellatio, alle quattro di mattina in un parco
pubblico
Vivo in un quartiere residenziale,
dove già dalle 11 di sera non circola per strada un cristiano manco a pagarlo. Gli ultimi vecchi col cane, qualcuno che
butta l’immondizia, qualcun altro che rincasa a un’ora insolita… ma per le 11
state sicuri che in giro non c’è un’anima.
Tutto questo per dire che, quando
mi son fatto quella pisciata alle 4 del mattino contro un muricciolo, ero del
tutto in buona fede. Insomma, per farla breve, rientro dalla bisboccia
notturna, parcheggio, esco dal mezzo, mi volto contro un muro, mi sbigolo e
piscio. Atto liberatorio che non avevo voglia di rimandare neanche di pochi
secondi.
Riimbigolatomi alla meglio mi
volgo al mio portone spensierato, quando, con un po’ di sorpresa e, ad esser
sinceri, di puro e semplice spaesamento, mi accorgo che seduta in una macchina
lì parcheggiata, al sedile del passeggero, c’è una donna sconosciuta, piuttosto
giovane. Sta là, nell’ombra, non capisco
a far che e poco mi cale.
Non dubito neanche per un istante
che mi abbia visto la papaia; la posizione era ottima e la visuale, per lei,
sarebbe stata sicuramente piena e appagante, come in prima fila.
Tuttavia questa non ha lo sguardo
che mi sarei aspettato; nessun filo di disgusto, né di biasimo nei suoi occhi…
non voglio esagerare dicendo che avesse uno sguardo voglioso o chissà quanto
arrapato, sarebbe falso! Semplicemente mi guarda, seria, curiosa… come se
prendesse le sue misure, tirasse le somme, facesse le sue considerazioni,
rifacendosi senz’altro a quelli schemi di pensiero, a quel sistema mentale
tutto femminile, che io detesto di brutto.
Non la tiro per le lunghe: gioco
di sguardi, mostro il pacco, sorride, sorrido… e nemmeno due minuti dopo è tutta
presa che mi spompina in un parco pubblico proprio dietro il parcheggio, lì dove
la mattina presto i filistei portano i cani a cagare.
| inviato da lalama4 il 20/7/2010 alle 15:21 | |
29 giugno 2010
Strali Misogini - III
“Piuttosto a calci!”
L’amico Gino mi
abborda l’altro giorno per strada. Ne scrivo perché lui stesso mi ha
autorizzato: non farei mai una cosa che lo indisponesse, perché il suo
potere è tale che se gli saltasse la mosca al naso potrebbe annientarmi. Mi fa:
“Sauro, da quanto tempo… Vieni qua,
abbracciami… Sarò breve, brevissimo – riporto a memoria, ma credo di non
omettere una virgola, e non si pensi che l’abbraccio sia un gesto da padrino –.
Conosco la tua imperitura misoginia Sauro mio…Sfruttiamola, sfruttiamola una
buona volta. Curo una rubrica per la Rivista che neanche troppo occultamente
dirigo e della quale muovo i fili a piacimento, come sai, come sanno tutti.
Bene: la rubrichetta in questione, frutto del mio immodestissimo genio, si
intitola strali misogini. Voglio che
butti giù un pezzo, e che sia formidabile, su quando prendesti a calci in
pancia Sibilla dopo che Nanni se l’era ingroppata facendone una mucca gravida, e
lei, da zoccola qual è, voleva farti cornuto e padre illegittimo a un tempo. Tu
te ne accorgesti, mi pare, perché la controllavi compulsivamente da mane a
sera, e intercettasti una sua telefonata con quell’altra mignotta della madre… La
tenevi sotto strettissima sorveglianza proprio come il più ardito dei gelosi, e
come tutti i cornuti del resto, che più controllano e più vengono impipati…
Ecco, l’episodio di quei calci mi interessa particolarmente e, su tutto, la
frase che le sbraitasti in faccia a difesa della tua buona reputazione subito
dopo che lei aveva invocato il ricorso a un chirurgo… Condisci il tutto con
molta violenza gratuita, colora di insulti, pennella qualche buona bestemmia,
infiocchetta con due o tre filamenti di sperma ed è fatta… È lo spirito che c’è
dietro a quei calci che ha da esaltare il lettore, lo spirito che con la stessa possa di
una buona irrumatio li ha animati e
ne farà nel tuo brano vivido, mi raccomando, vividissimo!, un fatto salace e di
notevole pregio per la rubrichetta che ormai sai… Allora, siamo d’accordo” – e qui
mi prende improvvisamente per il ganascino, per poi andarsene senza aggiungere
una virgola.
Era fatta
dunque: avrei scritto su Sibilla e su come la feci abortire senza ricorrere ad
altri che ai miei piedi.
| inviato da lalama4 il 29/6/2010 alle 0:15 | |
24 giugno 2010
Strali Misogini - II
Sarò la tua croce
Odio mia moglie. Non ricordo
quando ho cominciato… pian piano certo… come sono arrivato a detestare con
forza tutto di lei: l’espressione ebete che assume mentre ascolta o guarda
qualche puttanata in televisione; quello strano trapezoide che le forma il
mento in combutta con le mascelle; il tono di voce stridulo, come di gallina
strozzata… soprattutto l’ansia, l’ansia che le monta in petto per ogni
minuscola variazione dei piani che si figge in testa ossessivamente…
quell’ansia che mi adopero ogni giorno a rinfocolare con vigore,
scombussolando, senza motivo lo ammetto, il microcosmo filisteo nel quale
vorrebbe vivere in pace.
Si organizza una bella gita fuori
porta? Io, lei, quella cagacazzi di nostra figlia con la mezzasega che ha
sposato e il mostriciattolo che ha cagato... beh, pochi minuti prima della
partenza, mando tutto a puttane e vado al circolo a farmi un goccio! Magari
loro partono ugualmente… ma lo sento, lo percepisco che la troia ha accusato la
bordata!
Soffre terribilmente del fatto
che la nostra figliola ami confidare i fatti suoi (di cui sinceramente poco mi
cale) a me e non a lei; ed io non perdo occasione di stilettarla nell’intimo
anche con tali argomenti: “sai, oggi è passata Marisa… abbiamo parlato un po’!”
e basta così… ad ogni richiesta di delucidazioni stringo le spalle. Lei,
ammutolita, abbozza, sfuria dentro; ansiosa e nevrastenica come poche, vorrebbe
aver sotto l’ala l’intera famiglia, e conoscerne ogni minima faccenda; alludo
dunque, per spasso, a inesistenti segreti a lei preclusi!
Ama la pulizia, e non mi tiro
certo indietro per darle qualcosa da fare per casa: piscio ostinatamente sulla
tavoletta del cesso; mangio a letto, panini o patatine confezionate,
costringendola al durissimo e logorante lavoro di sbatacchiare il pesante
materasso ogni mattina; fumo in casa, lasciando che scie di cenere segnino il
mio passaggio (pure sui tappeti); quando al mattino mi sbarbo, lascio nel
lavandino i trucioli della tosatura, grumi pelosi di schiuma da barba,
scatarrate corpose e tante altre sorprese.
Ha preso a odiarmi pure lei,
credo, e detesta la mia presenza… così non le faccio mai mancare la mia bella
vista: sto seduto ore e ore al tavolo del salotto (abbiamo una casa piccola, e
per forza lì si deve stare), a controllare schedine del totocalcio e dormire
sboccatamente. A volte sto semplicemente lì seduto a fissare il vuoto, come
ora… lei, seduta sul divano, in ansia e con un groppo nel cuore, sa di essere
la mia nemica.
| inviato da lalama4 il 24/6/2010 alle 14:33 | |
19 giugno 2010
Strali Misogini - I
Inauguriamo qui di seguito la rubrica "strali misogini". Si tratta di testimoniaze veridiche di uomini saggi che considerano le donne per quello che sono. La scelta dei brani, è stata affidata alla mano sapiente di Gino Testa. (n.d.r.).
* * *
Cinquantamila lire spese male
Il giorno in cui decisi di fare a meno delle donne, fu anche il giorno in cui me ne scopai una per l'ultima volta. Una puttana mi abbordò per strada, a me che non ero un puttaniere abituale ma saltuario. Aveva un che di sensuale, e nonostante mostrasse molti più anni di quelli che aveva decisi di seguirla. Contrattai per cinquantamila lire, lei era partita da centomila. Fu una scopata squallida, le sborrai in faccia cogliendola di sorpresa, lei gradì poco. Uscii da quel suo laido bugigattolo schifato. Sputai per terra, scossi la testa e rimpiansi amaramente la mia debolezza. La rapida riflessione che tutte le donne, puttane di professione e non, sono delle sanguisughe in fatto di soldi, che tutte si concedono in cambio di un patto in denaro più o meno esplicito, che tutte sono follemente stupide e che per l'educazione di tutte occorrerebbe un eccessivo dispendio di energie in fatto di salutari frustate, ravvivò la fiamma sempre viva della mia misoginia. Giurai sul mio onore che di quell'incavo pieno di osceni umidori che qualcuno chiama fica non avrei più sentito il puzzo neanche in sogno. Fortunatamente non ero sposato, e potei mettere a punto il mio piano senza esborso di quattrini e di ulteriori energie psicofisiche.
Oggi, ottantenne, sto in pace con me stesso. Se voglio godere, mi masturbo pensando a una donna italiana in ghingheri violentata da un poker di negri appena usciti di prigione.
| inviato da lalama4 il 19/6/2010 alle 1:20 | |
10 giugno 2010
Novità
Per le nuove EDIZIONI LA LAMA, incombe sul micragnoso panorama
letterario italiano una nuova pubblicazione: i Racconti scelti di Maric Coudaric. Tra la mastodontica opera del
capo e cofondatore della rivista LA LAMA, il letterato Gino Testa si muove con
intelligenza e finezza di pensiero, andando a cavare quelli che, forse, non
sono i pezzi più pregiati del Nostro, ma certo delineano alla meglio una linea
di pensiero tutta votata alla burba e all’antifilisteismo.
La magistrale introduzione, sempre di Gino Testa, e la grafica curata
da Marino Mariello, rendono il livre in questione una prelibatezza per pochi.
Qui di seguito l’indice, per titoli, dei racconti presenti in volume:
Il naso chiuso
La pietra pomice di zia Adele
Un petomane formidabile
Cresce la tensione in casa
Bonamente
Il ticchio
Le ascelle della sora Franca
Margigi va alla morte
Palle al vento
Quattro amici all’avventura
Che Iddio ti maledica
L’uomo in ciabatte
| inviato da lalama4 il 10/6/2010 alle 11:59 | |
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