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Rivista culturale


Diario


11 maggio 2012

Valori Italiani - V


Signor maestro.

 





Quando in classe c’era il maestro Teodori non volava una mosca.  Tutti, seduti composti ai propri banchi, assumevano un’aria compita e diligente; e anche il più scapestrato tra noi, financo il Rinelli, una birba di ragazzo che le mattine faceva il diavolo a quattro, e in cortile era sempre il primo ad attaccar briga con i ragazzi della sezione B, sputando cartoccetti masticati con la sua cerbottana… quando sedeva in cattedra il maestro Teodori pareva un damerino coi fiocchi.

Il Teodori faceva sempre i pomeriggi; l’orario in assoluto più pesante. Subito dopo il refettorio assumeva il controllo della classe, troncando con la sola presenza l’accenno di ricreazione che germogliava spontaneamente dopo il pasto.  Sedeva in cattedra estraendo lentamente il registro, che subito s’apprestava a riempire nelle apposite caselle con la sua grafia fitta e ordinata, intingendo la penna nel calamaio con regolarità metronomica; si sistemava gli occhialini sul naso e s’allisciava pensieroso il mustacchio, mentre, manuale di matematica spiegato davanti, si preparava a purgare lo sventurato di turno.

Tra interrogazioni e spiegazioni, la sua voce austera e quasi soporifera nell’estrema regolarità del timbro e del tono, martellava impietosa fino alle 16,30: orario in cui uscivamo da scuola. Le ultime diecine di minuti erano semplicemente un’agonia martoriante.

 

Un ragazzino malconcio, Tino Licini, che dimostrava almeno cinque anni in meno di quanti ne aveva, tutto colpi di tosse e tremiti, un pomeriggio lungo e afoso di primavera, verso le 15.30, lasciò cadere in terra il suo temperamatite di ferro.  Cercando di stopparlo col piede rivolto all’insù, gli menò maldestramente un calcio al volo e lo spedì nientemeno che a picchiare contro la cattedra, con uno schianto acuto che gli rimbombò, e non solo a lui, nel profondo del cuore.

Il Teodori lo guardò digrignando. Ora, non so se pensasse che Tino, solitamente educato e perennemente intimorito anche dalla propria ombra, avesse lanciato quel temperamatite di proposito contro lo scranno del maestro… sinceramente non lo credo. Ma il Teodori, con l’inappellabilità del giudizio minoico, proferì ugualmente tra i denti:

- Licini, ti fermi un’ora dopo la scuola.

Era quello uno dei supplizi più temuti dalla scolaresca; un’ora in più a scuola, in completa solitudine col maestro Teodori… che, ben lungi dal lasciarsi andare ad un’apertura individuale e a mostrare un barlume di umanità, come anche sarebbe stato ipotizzabile vista l’intimità di un rapporto a due in una grande aula vuota, manteneva la propria mutria d’austerità ed alterigia… anzi forse la accentuava di più.

- Licini, dì a tua madre che voglio parlarle. Parlarle della tua situazione didattico-comportamentale.

Tino, da solo in quell’aula così grande, che a fronte della sua corporatura mingherlina sembrava un’arena sconfinata, rabbrividì senza neanche chiedersi il motivo di tale richiesta; lui, lui che era dopotutto un bravo scolaro… lui, non quel briccone di Rinelli. Il maestro voleva la sua di madre… ma perché? perché cristodiundio?!

Quando il pomeriggio seguente, Adelina Casaru in Licini entrò nella sala adibita ai ricevimenti dei genitori, Tino la aspettava di fuori, seduto su una panca di legno piuttosto scomoda.

La Adelina, emigrata dalla Sardegna vent’anni fa, era bassa senza però avere la cocciuta robustezza delle sue conterranee; era una figuretta esile e quasi tisica, timorata di Dio e sempre col mal di gola… l’immagine femminile e invecchiata del figlio insomma.

Il Teodori la fece poggiare con i gomiti sul grande tavolo di ciliegio intarsiato, uno dei pezzi più pregiati del mobilio di quell’antica e prestigiosa scuola.  Le sollevò la gonna e le calò le mutande con la cura e la perizia dell’apprendista artigiano; si sbigolò, poi, respirando pesantemente e masticando tabacco.

Adelina, china in avanti con gli occhi gonfi di pianto, prese a sospirare piano un’avemmaria; e mentre il maestro Teodori la chiavava con una rabbia e una possanza insospettate, ebbe anche lo spirito di sussurrare piangendo: “Tino… mio piccolo Tino…”



D.M



 




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25 aprile 2012

Valori Italiani - IV

 

Gli ho reso la pariglia.





 

Da qualche tempo erano troppo molesti; bottiglie di birra ammonticchiate agli angoli delle strade, pozze stagnanti di piscio nelle aiole, schiamazzi, risate… e commenti troppo vividi, inviti troppo salaci alla fidanzata di Tizio o alla sorella di Caio. Ogni tanto qualche scippo, qualche aggressione: ‘sti rumeni avevano rotto er cazzo.

Dopo i fatti di via dell’Amaretto, poi, la situazione era degenerata… e a qualche ragazzo del quartiere gli era iniziato a partire il boccino.

A via dell’Amaretto infatti, qualche sera fa, Elide Sorianelli, ventottenne già madre di famiglia e segretaria presso un CAF, era stata aggredita a meno di trenta metri da casa sua da Vasile Petru e Maric Foutaric. 

Il secondo, ventitre anni da compiere, era già stato arrestato due anni prima per schiamazzi notturni; uscito dopo qualche mese col condono e rispedito in patria, era tornato a Roma da poco e aveva ripreso le vecchie abitudini.

La poveretta, stuprata ripetutamente durante la notte all’interno di un capannone, è ancora in stato di shock… e difficilmente si godrà più un’estate.

I due avevano rischiato seriamente il linciaggio, e da allora, per le strade del quartiere, era stata caccia al rumeno.

Er Minestra, Fusibile e AssoDeMazze, tre perdigiorno del luogo, sono ancora in stato di fermo con l’accusa di aver pestato un paio di tizi dell’est (uno era pure moldavo) nei pressi di una pompa di benzina. Uno è finito col cranio spaccato e rischia di crepare da un giorno all’altro.

Episodi simili ce ne sono stati altri, e se Dio vuole continueranno ad esserci… sti zozzi hanno da levasse dar cazzo!

Io però, ora, sono davanti all’ispettore Brunelli con altre accuse.

Remo Brunelli lo conosco da dieci anni… è pure lui un ragazzo del quartiere; è finito in polizia però le radici non se scordano.

Ora mi guarda un po’ torvo un po’ comprensivo; paternalistico quasi, eppure c’ha solo due anni più di me.

- Allora Mattè…

Davanti, sulla scrivania illuminata dalla lampada al neon, una decina di foto di giovani ragazze dell’est: Irina, Sofia, Anita, Magda…

- Te le sei scopate tutte Mattè… l’hai fatte piagne! Co’ quella sberla che te ritrovi (me la ricordo la sberla, giocavamo a calcetto insieme), co’ quella sberla dico, i’hai scavato ‘na fossa! Ma perché? Se po’ sapé perché?

- Te l’ho detto a Remo… gli ho reso la pariglia!


D.M








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21 febbraio 2012

Afflati filistei - 1

Inauguriamo oggi la rubrica "Afflati filistei"; quadretti veritieri della provincia italiana e del suo rinfrancante star bene.  Buona lettura!


G.T




Pranzo domenicale

 


Terni; una pioggerella morbida seguitava a tamburellare le strade svuotate.  Batteva fitta e leggera sui vetri scandendo il ritmo dell’ozio famigliare, e figurando, nella sua placida e metodica costanza, l’essenza intima di una domenica come tante.

In casa Cordarelli il chiacchiericcio usuale sciabordava dal salotto alla cucina, dove le donne di casa avevano squadernato l’impasto per le sagne all’uovo sul piano di marmo, e, copertolo con pezzette umide, lo lasciavano riposare già da una buon’ora, in attesa che prendesse la consistenza adatta.

In salotto, Michele e Flavio, cuginetti che si vedevano non di rado, brigavano perché la sorellina del primo non li importunasse mentre allestivano non so quale impresa avventurosa; e il nonno, mezzo assopito sulla sua poltrona, col telecomando in mano, prendeva vigore a folate, ogni dieci-quindici minuti, per sgridar ora l’uno ora l’altro nipote che facevano più baccano del dovuto.

Gli uomini parlottavano delle elezioni che di lì a poco avrebbero potuto sturbinare gli equilibri sociali e politici del belpaese, e amavano poi divagare sulla giornata di campionato di calcio che stava per entrare nel vivo. Del tutto atteso, Antonio rincasò, tra l’approvazione generale, un poco bagnato e con le mani impegnate: portava le damigiane di vino novello riempite di fresco al circolo Reduci.

In cucina i preparativi erano pressoché terminati, e il sano appetito che in famiglia Cordarelli stava montando avrebbe presto trovato soddisfazione.

La pioggia sottile e riposante continuava a trapuntare le strade di Terni, dove ormai anche i rari negozi che aprivano la domenica, come la pasticceria Bonalumi, avevano tirato giù la saracinesca.

Elide, sedicenne ormai completamente fiorita, apparecchiava la tavola muovendosi leggera come una piumetta… aveva dipinta sul viso un’espressione trasognata che, chiunque abbia mai avuto quell’età, non faticherebbe a riconoscere.






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1 febbraio 2012

Mister Oidocròp risorge

Un ornitorinco natante.

 

*   *   *

 

Filosofo, straparli!

La bile ti inonda:

La rabbia fa tarli:

L’insania è di ronda.

 

Incongruo, maldestro

Scomposto, sbilenco

volgare, sinistro:

sei un ornitorinco!

 

Fai tre piroette

un inchino e un casqué:

fai il morto a tressette

poi di' trentatré!





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22 dicembre 2011

Racconto lamellare


Un misogino feroce.

 



Antonio Grisaldi Diotaiuti era un parente alla lontana; una sorta di prozio per parte materna che vedevo molto poco... tutti in famiglia lo vedevamo molto poco, a dirla tutta.

S’è spento di cancro più di qualche anno fa, quando io andavo per i quattordici… ed essendo all’epoca un adolescente assolutamente nella media, sciocco, brufoloso e sempre col cazzo in mano, ancora non avevo carpito a fondo la presenza materica e spirituale di quell’uomo, la sua insondata e vertiginosa giustezza; ma posso dire con fierezza che se oggi sono la persona che sono, lo devo in buona parte anche a lui: al mio prozio Antonio Grisaldi Diotaiuti.

Quando dopo il torpore giovanile il mio cervello riprese stancamente a funzionare, proprio come una vecchia automobile lasciata ferma troppo a lungo, che s’accende e singhiozza e borbotta… e non sai mai se alla fine ti porterà davvero a destinazione; quando le tante idee confuse che avevo in testa riguardo alle donne, all’amore, alla vita in genere, assunsero contorni finalmente più nitidi, la mia attenzione venne irrimediabilmente attratta da quel parente così misterioso… burbero, scostante… quel parente che non andavamo mai a trovare; che compariva con cadenza triennale al cenone della vigilia, sempre a mani vuote… mangiava voracemente senza partecipare troppo alle conversazioni, e se ne andava sempre prima della mezzanotte, da solo… su una vecchia macchina sgangherata, per l’appunto.

Presi a fare ricerche; domande ai miei, ai nonni, agli zii… a scartabellare i vecchi album fotografici.

“Ma era povero?”

“Ma scherzi?! Era impaccato di soldi! Non ricordi? Da piccolo sei anche stato a casa sua una volta!”

“Ah! Vagamente… ma davvero era così ricco?!”

“Sfondato! Ma pur di non lasciare nulla ai parenti, ha devoluto tutto a non so che associazione appena gli diagnosticarono il cancro!”

Feci esercizi mentali volti a potenziare la memoria… volevo rivederlo! Vederlo all’opera a casa sua, quella specie di palazzina in tufo che s’era fatto costruire nelle campagne intorno a Roma… grande, enorme per una persona sola!

Lo ricordo in vestaglia sulla sua poltrona, a denti stretti, sprofondato nella sua comodità! E diceva, me lo ricordo perché mi rimase impresso, che si vergognava come un cane di quanto stava comodo con quella vestaglia. Era un uomo d’azione, si dice… in gioventù doveva aver viaggiato in lungo e in largo, in posti strani che probabilmente né io né voi abbiamo mai sentito nominare. Quella vestaglia una notte la lacerò in preda a una furia ignominiosa!

La rivelazione l’ebbi quando trovai i suoi diari, sepolti in un baule sotto un mare di bizzarri oggetti da ogni parte del mondo.

Parlavano di tante cose quei diari… soprattutto delle donne.

“Ma non s’è mai sposato?”

“Ma va… secondo me gli piacevano i maschi!”

“Caro! Ma come ti viene in mente… lo zio Antonio era solo un po’ scostante. Non era semplice stargli vicino.”

In quei diari, nero su bianco, si descrivevano le donne per quello che sono… senza fronzoli, senza belletti, senza eufemismi o giri di parole.

Le donne sono esseri inferiori, intellettualmente e fisicamente. Cagne senza dignità da usare, al massimo, come animali da diporto.

Gli insegnamenti del prozio Antonio mi hanno formato, mi hanno reso un uomo retto, e hanno, in un certo senso, forgiato il mio destino.  La mia venerazione per lui ha raggiunto, in questi ultimi tempi, picchi che a voi potrebbero sembrare un poco bizzarri: ho costruito, in camera mia, una specie di piccolo santuario, incorniciando una vecchia foto in bianco e nero che mi piacque particolarmente e accostandole ai lati due ceri sempre ardenti e un fascio di incenso.

Davanti a tutto l’accrocco ho piazzato un tappetino persiano, acquistato in un bugigattolo dalle parti di piazza Vittorio, sul quale mi genufletto ogni notte prima di andare a dormire. Ora purtroppo è in tintoria, inzaccherato del sangue e delle frattaglie della quarta cagna che ho scannato.

Le usuali genuflessioni per un paio di notti sono rimandate, ma credo che il vecchio prozio, buonanima, non se ne sia risentito.

 

 

 





 

 

 




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27 novembre 2011

Omaggio!

Pubblichiamo, pei nostri fedeli lettori, uno stralcio dal misconosciuto saggio “La femmina: un pozzo di brutture”, di Don Mariuccio Peretti, frate umbro vissuto a cavallo tra il XV e XVI secolo, e noto come uno dei più famosi misogini della sua epoca.

E poiché ne riteniamo la lettura ancora attualissima e formativa, consigliamo caldamente a tutti – in particolar modo ai più giovani – di acquistare il saggio completo, edito presso i nostri tipi, contattando me medesimo il prima possibile.

 

Gino Testa

 

 

 

 

“Conciossiacosaché tu t’appresti a canoscer la vera natura della femmina, debbo io, amandoti in sommo grado, descrivere codesto pozzo di brutture in guisa migliore, affinché tu possi tenere la diritta via per tua salute.

Infatti cosa più laudabile non v’è nel nostro viaggio mortale, che schifare codeste laide e fetide e stomachevoli creature, e rammentare che il contatto con esse è cagione di noia e dissolutezza.

Parlerotti dell’atto sessuale, come la più disdicevole atione, la più tra le quali l’uomo deesene astenere più che può, poiché oltre al cagionar perdizione, è fonte eziando dello smarrimento d’energia vitale, la quale trovasi nella nostra linfa profonda.

Truovandosi nell’atto sessuale, la femmina urla e ragghia pel piacere che ne trae, diruggina i denti godendone e spalanca l’ore, poiché sa di appropriarsi, a torto, del fluido che mena con sé la vita.

L’uomo, attivo, lavora di cavallo, sputando farfalloni di linfa nel grembo della giovenca, cagionandole piacere molto, ma perdendo di possa e vitalità.

Dopo l’atto sconcio la femmina ne sarà piena e rinfrancata, mentre l’uomo sentirà noia e debolezza pervaderne le membra. […] ”













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27 ottobre 2011

Due ministorie italiane per rinfrancare lo spirito tra un filisteismo e l'altro.

 

Lo spurgo.

 

Torino; un immenso centro commerciale. Un formicaio.

Sciami di uomini si muovono frenetici da un negozio all’altro; clienti, potenziali clienti, bighelloni d’ogni sorta… tutti preda dello stesso impeto compulsivo a consumare, a vedere, a prendere nota, a perdere tempo, ad annotare, a curiosare, a fare cose. Quel luogo, del resto, è progettato apposta.

Coppie di giovani fidanzati vi passeggiano mano per mano, vi trascorrono pomeriggi, giornate sane; come narcotizzate da quel luccicante palliativo che riesce, meglio di qualunque mastice, a tenerli saldamente incollati.

Tra di queste un negro e una biondina. Lui indossa  una tuta, come un cantante hip-hop; lei è vestita all’ultimo grido, come tutte le sue coetanee. Mano nella mano passano da una vetrina all’altra tranquilli e beati.

Li avvicina un uomo. Faccia anonima, impiegatizia; occhialini calati sul naso e capelli, pochi, tinti d’un innaturale nero corvino. Un riporto molto curato vela la crapa rossiccia, abbrustolita dal sole, e un vestito nero da pochi soldi ne incalza il corpo vizzo e sovrappeso.

Come si trattasse del suo più caro compagno, l’omino passa un braccio intorno al collo del negro, posandogli una mano sulla spalla:

- Olà!

Lo apostrofa vivacemente. Quello si volta a guardarlo, incredulo.

- No dico, olà! Non si usa salutare nella jungla?

Sempre con estrema cordialità, con un timbro d’una tale morbidezza, d’una tale galanteria…

- Prego?

Replica il negro completamente basito, mentre la sua ragazza, la biondina, guarda la scena con tanto d’occhi.  L’omino si stringe ancora di più al giovane, ammiccando cameratescamente e colpendolo all’altra spalla con un pugnetto scherzoso, da vero compagnone:

- Vecchio marpione! La riempi per bene questa bambolotta eh? Immagino che bella papaia che nascondi… brutta canaglia!

A quel punto il negro si scuote, cercando di liberarsi dalla presa affettuosa dell’omino, che però si dimostra incredibilmente ferrea.

- Ma cos’è che vuole? Ma ci lasci in pace, nè!

Fa il ragazzo in perfetto accento piemontese. La bionda, dal canto suo, è quasi impietrita. L’anonimo ometto, allora, accoglie nel suo caldo abbraccio anche lei, perché non si senta esclusa.

- E te? Birichina! Ti piacciono i calibri grossi eh?! Ma come biasimarti…

E le strizza l’occhio con una tenerezza indicibile.

È allora che il negro scatta: con forza animalesca dà uno strattone e si libera della presa che lo teneva avvinto; ma l’omino è incredibilmente lesto: con l’altra mano, che teneva sulla spalla della ragazza, va fulmineo a frugarsi nella giacca e ne estrae un coltello tattico di tutto rispetto. Con lama seghettata.

Il povero ragazzo non fa in tempo a dire né “a” né “ba” che si trova la lama piantata nel femore, a sfilacciargli senza pietà l’arteria.

La biondina caccia un urlo ferino, squillante, disperato… e mentre la folla s’accrocca scriteriatamente intorno a lei e al suo compagno che butta sangue come una fontana, l’omino ne è già stato inglobato.

 


 


 

 

 

Un’amena creatura.

 

“Welcome in Italy!”

Così, con un pesantissimo strascichio tutto romano, Alvaro Scipioni, tassista abusivo di anni quarantasei, saluta i turisti che salgono sul suo taxi… o meglio, sulla Fiat Tipo color topo intestata alla moglie.

Americani, tedeschi, soprattutto giapponesi… li carica all’aeroporto di Ciampino lesto come un gatto, attento a non farsi sgamare dai tassisti regolari, che ne avrebbero da ridire, e li porta a Roma per cifre esorbitanti, che variano a seconda dell’ebetudine che ne tradisce il volto. Italiani non ne carica.

“Welcome in Italy!”

Oggi, però, ne carica uno. I turisti se li sono accaparrati già tutti i regolari, e se non vuole tornare a casa con le pive nel sacco bisogna fare un’eccezione… avrebbe comunque fatto un prezzo onesto.

Del resto quell’uomo, un obeso patologico alto un metro e mezzo, pelato come una biglia di vetro, non vuole andare a Roma ma ad Albano, sul lago… non dista molto dall’aeroporto.

Il passeggero si stravacca dietro, pesante, rantola… l’afa estiva lo rende fradicio di sudore: sulla Tipo dello Scipioni non ce n’è aria condizionata. Si crepa di caldo.

Il tassista manco ci prova a far conversazione, perché quell’obeso ha un’aria come… come se in una giornata avesse perso moglie, madre e lavoro. Truce.  Nota dallo specchietto che le ascelle gli si chiazzano mostruosamente; aloni verderame si spandono come macchie d’olio, congiungendosi all’altezza dei seni, pronunciatissimi, femminei, e allagando la camicia troppo stretta.

L’Alvaro, mentre guida, si sente stretto da un principio di soffocamento… vedere quella bestia che suda e soffre lo opprime; la colazione gli torna su.

“Le dispiace se me fermo un attimo? Nun me sento bene… blocco il tassametro!”

“Manco per il cazzo.”

Risponde placido il ciccione, e tira fuori dal retro dei pantaloni una rivoltella che punta alla nuca del tassinaro.

“Oddio… per favore, che vole fa?”

“Andiamo ad Albano, sul lago.” ribadisce il cliente rantolando, la voce impastata, la fronte gocciolante sudore come una grondaia dopo che piove.

Facendo appello a tutte le sue forze, al suo autocontrollo, chiudendo lo stomaco, Alvaro continua a guidare.

Intanto il ciccione prende a spogliarsi con una mano sola; lento, metodico… un pezzo alla volta si toglie tutto, financo le enormi mutandone beige che ne coprivano un pene minuscolo, invisibile, nascosto ancora dall’epa debordante.

Un fetore inumano invade l’abitacolo; Alvaro è in preda ai conati, piange a singhiozzi ma non può fermarsi. L’obeso gli tiene la pistola contro la nuca.

“La prego… la prego!”

Per tutta risposta la bestia prende a petare. Forte, rumorosamente. Alvaro continua a piangere con quanto più fiato ha in gola; sudore e lacrime gli velano l’occhi.

Non solo peta: caga anche. Fiotti di merda allagano il sedile dell’autovettura… e il grassone pare trasformarsi in un’indistinguibile palla organica: un ammasso amorfo che rantola e caga, dal quale spunta, fredda e decisa, una pistola pronta a far fuoco.

Alvaro perde il controllo della vettura; le lacrime e la paura lo sconvolgono. Esce di strada rompendo il guardrail, ma prima che la Fiat Tipo intestata alla moglie, Marisa Lampretti, finisca nelle acque del lago, la pistola fa fuoco.

La coscienza di Alvaro Scipioni, infiammatasi come la capocchia di un cerino, perde un colpo.




D.M




Immagine, Bruegel il giovane, ballo di nozze in taverna.





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27 luglio 2011

Trattori in trattoria - V


 

Il benservito

 

Quell’inverno la mia infezione alla vescica aveva oltrepassato d’una buona spanna il livello di guardia; dovevo pisciare, con fastidi d’ogni tipo, con una frequenza esasperante.

 

Mi trovavo in Cornovaglia - era il periodo in cui viaggiavo molto - e tiravo a campare lavorando come cameriere in un ristorante italiano di bassa qualità, gestito da gente di Avellino.

Guadagnavo molto... non certo per la paga che mi corrispondevano quei morti di fame, ma grazie alle mance che immancabilmente gli avventori inglesi lasciavano tintinnare (se non addirittura frusciare) sul tavolo al momento di levar le tende.

Dall’indaffarato uomo d’affari con la bombetta, alla vecchia pensionata amante della cucina italiana, fino agli adolescenti innamorati che si guardavano negli occhi davanti a due margherite fatte a cazzo di cane; gli inglesi, a fine pasto, lasciavano sempre un bel gruzzolo per chi l’aveva serviti e riveriti. Gli italiani mai.

Servire gli italiani era un patema d’animo: tante chiacchiere, complimenti... volevano sapere che ci facevi lì in Cornovaglia, cosa visitare, come muoversi... e mai che lasciassero un centesimo per te. In proposito, venne un giorno una bella famiglia: una coppia di grassi toscani con due figlie, una era down. Mi ammorbarono di chiacchiere, di richieste petulanti per la figlia disabile (tovagliolini, piatti, posate in sovrappiù, ricette particolari e via così...), e, naturalmente, alla fine, pagarono il conto con precisione centesimale.

Tornarono poi l’indomani... mi ci misi di tigna allora, servendoli di tutto punto e con un riguardo quasi grottesco; offrii all’uomo un dito di whiskey locale, concionando per venti minuti sulla differenza con lo scotch scozzese; tenni aperta la porta mentre uscivano... niente, neanche un pidocchiosissimo centesimo di mancia!

Tornarono il terzo giorno; l’ultimo prima del loro ritorno in patria.

“Stavolta son cazzi loro” pensai. Quando, visto il freddo che montava per strada, mi chiesero cinque zuppe calde, capii immediatamente il da farsi: svuotai la vescica - che tra l’altro fremeva - nelle cinque scodelle, attento a diluire per bene l’orina nel brodo e a non far torto a nessuno, spillando il giallo liquido in parti uguali per tutti i componenti della famiglia.

Il tutto sotto gli occhi, un tantino sorpresi e divertiti, di Irina, la lavapiatti rumena che qualche settimana dopo mi chiavai di brutto nello stambugio che serviva da magazzino, al piano terra.

Ma questa è un’altra storia...

 




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15 giugno 2011

Strali misogini - X

Cazzi di straforo

 

Marisa Lampretti, 44 anni quarantaquattro, domiciliata in Roma e coniugata, tre figli di cui due ancora in casa, usava, da qualche tempo, passare le mattinate a cercare su internet incontri clandestini.

Saltabeccava, sbrigate le faccende, da una chatroom all’altra, sciorinando foto che la ritraevano come mamma l’ha fatta... autoritratti si intende, scattati al cesso davanti allo specchio, spesso mentre qualche componente della famiglia bussava spazientito.

In tre mesi di attività s’era portata in casa, in orari fattibili, un militare calabrese, un disoccupato trentacinquenne, uno studente fuorisede e un commerciante al dettaglio.  Ora era in trattative con Giorgione, un energumeno che, via fotografie, aveva dimostrato di possedere un attrezzo di dimensioni appetitose.

“Tra un cazzo di straforo e l’altro ogni tanto ti capita la sberla”, diceva tra sé e sé Marisa più compiaciuta che mai, mentre intanto aspettava Giorgione affettando le cipolle per lo stufato, con gli occhi che le pizzicavano lacrimosi.








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6 giugno 2011

Un colpo di mazzapicchio



*   *   *

Era arrivato il giorno tanto atteso da una messe di cittadini frementi: il referendum! Si votava, finalmente, per l’abrogazione della legge sulla riapertura delle case chiuse. L’aria, nel Paese, era elettrica.


Da un corsivo uscito su Paese Libero, a firma di Ilenia Chiavarotti, sei mesi prima: “Giusto ieri, un gruppo di sediziosi parlamentari, capeggiati da quel tiratore libero che tutti conosciamo col soprannome di mazzapicchio – nomignolo che gli ambienti loschi che è uso frequentare gli hanno attribuito, secondo i ben informati, per l’esercizio equivoco delle sue estroflessioni genitali – e che all’anagrafe risponde al nome di Giangiacomo Prunotti, profittando di un momento di flessione della sinusoide attentiva dei lavori del consesso parlamentare, ha dato il là a un delirante manipolo di persone che definire uomini sarebbe un oltraggio al comune pudore, e che dire onorevoli è come attestare, ahinoi, il malessere di una democrazia tracotante e falsa, che hanno votato e dunque fatto passare la legge sulle case chiuse. […] Che l’opposizione, poi, fosse in massa assente, dopo le ipocrite promesse di rimediare alla demenza senile dei senatori (le farisaiche parole di quel filibustiere – che mi quereli! – di Cinciallegri, capogruppo alla Camera dell’opposizione – l’opposizione?) ci pare un’infamia ancora maggiore, degno atto di contumacia coi disegni di una maggioranza laida quanto astuta. […] Lina, Lina Merlin, è a te che si rivolgono gli onesti nell’ora della vergogna: rivoltati pure nella tomba, ne hai tutto il diritto!”.

 

La situazione, in breve tempo, s’era fatta critica: criticissima. Donne in piazza; manifestazioni confuse della sinistra alternativa; urrà di stuoli di giovani e meno giovani esacerbati dallo squallore dei bugigattoli delle cinesi e dalla rozzezza pur a buon mercato delle rumene; urrà delle italiane, che finalmente avrebbero smesso di soffrire la concorrenza sleale di cinesi e rumene; stridii lamentosi di giornali cattolici; accuse dal clero; urrà del clero; parlamentari pilateschi che, in televisione, si dicevano “inorriditi”, dimentichi tuttavia se quel giorno si trovassero alla toilette o al bar. La pubblica opinione divisa, ma moralmente orientata alla condanna; famiglie dove serpeggiava, alla sera, davanti al piatto di minestra e alla televisione accesa, il più febbrile dei silenzi, per via della presenza a un tempo di cattolicissimi genitori e di giovinastri arrapatissimi. Nostalgici tutti presi da una propaganda antireferendaria per le vie del centro, il fine settimana. Televisioni e giornali a cavalcare spudoratamente la tigre. Basta! era il grido che si levava con maggior foga dalle bocche degli intellettuali, troppo presi dai loro circuitanti lavorii mentali per occuparsi di materia tanto “bassa”.

No, non si poteva andare avanti per molto, in ogni caso: era avviso di molti.

Le firme per il referendum furono presto raccolte: non c’era dubbio che si sarebbe raggiunto il quorum, il giorno del voto, e che lo si sarebbe, anzi, trasvolato d’un soffio (da un articolo a firma della già citata Chiavarotti, in vena di futurismi). Il presidente della repubblica s’era detto convinto che la democrazia, ancora una volta, avrebbe vinto, qualunque fosse l’esito. Il voto, come da tradizione, fu politicizzato al punto da far vociare l’opposizione sulle dimissioni in blocco del governo, in caso di esito positivo.

 

Il giorno del referendum. La grancassa democratica a battere i suoi colpi, ancora una volta.

Il mare, quella domenica di fine maggio, poteva aspettare. Ci sarebbe stata tutta l’estate per il mare. E se proprio ci si doveva andare, per far contenta la figliolanza o le mogli in fregola, che si passasse prima, o dopo, al seggio. È una questione morale.

Le vacanze, per la gioia di molti studenti, iniziarono prima.

 

Vinse il sì: legge abrogata. In ogni caso, aveva vinto la democrazia.

Per gli scranni parlamentari, però, iniziò a serpeggiare malumore. Nelle famiglie, iniziò a serpeggiare malumore. Un intero paese di malumori malcelati, la sera davanti alla minestra e davanti al televisore acceso. Darsi la zappa sui piedi, e non sapere il perché!

 

Fino a quando, qualcuno, in Parlamento, portavoce, per una volta almeno, della plebe, e sicuramente più avveduto sullo spirito dei padri della Costituzione, si rammentò che una legge la si può abrogare, certo, ma un’altra legge, non identica nella forma – foss’anche per una virgola – e dunque simile, praticamente uguale nel contenuto, la si può sempre approvare. In fin dei conti, non è come per le riunioni del consiglio comunale, che indirne uno è sempre una scocciatura se non fosse per l’indennizzo di fine anno: il Parlamento lavora alacre tutto l’anno, e lo stipendio è comunque assicurato!

Così fu fatto. I giornali non ne diedero notizia, se non di sfuggita, e senza entrare nei dettagli, se non abusando di tecnicismi scoraggianti per ogni sano e robusto lettore; troppo impegnati, del resto, giornali e lettori, in quel torno di tempo, con un caso di cronaca nera: efferatezze degne di Jack the ripper. Anche la nostra Chiavarotti, quell’abile manipolatrice di opinioni, in vacanza dopo l’estenuante ma fruttuosa battaglia, si trovò nelle condizioni di ignorare le astute e corrotte trame della cricca che ci governa: quando si dice la sincronicità!

 

Case chiuse, inevitabilmente, iniziarono a spuntare come funghi, dovunque, in città e in provincia. Tasse fresche, igiene e controllo sociale, i padri che iniziano i figli come ai bei tempi! Cinesi e rumene a lavorare clandestinamente, in sottoscala umidi. Un trionfo. Ci si abituò: ci si abitua a tutto. Soprattutto agli antichi valori, quando finalmente è venuto il tempo di ripristinarli. Le tariffe, rigorosamente esposte fuori la porta. Per cinquanta euro, in tempi di saldi, asciugamano e sapone compresi.

 

Ancora una volta, a trionfare era stata la democrazia: su tutto e su tutti.




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18 maggio 2011

Strali misogini - IX

Come sbarcare il lunario

 

“Sta attento Gino - mi ripeteva Antonio sorseggiando la sua birra - le ragazze brasiliane fanno sempre così; mettono in campo tutto l’arsenale per farti perdere la brocca! Ti dimenano sotto il naso quei culi perfetti a ritmo di samba... e il loro scopo, si sa, è quello di accasarsi! trovare qualche occidentale che se le porti a casa e faccia loro cambiar vita! Pochi ne ho visti di fessi...”

Antonio vive a Londra da più tempo di me... è abituato al clima multiculturale che si respira qui nella capitale britannica e si sente in dovere di mettermi in guardia, me novellino e appena arrivato dalla piccola Italia, dalle insidie che si preparano.

“Con me cascano male...” mi limito a rispondergli noncurante, mentre mi pulisco il cerume dalle orecchie col mignolo della mano sinistra.

Stephanie, perché parli del diavolo ed eccolo spuntare, arriva al nostro tavolo solare e sorridente come al solito; mi siede accanto e mi guarda in un modo che... come biasimare quegli uomini che cedono, che di fronte a quello sguardo, a quel sorriso a 32 denti, a quel profluvio di pura e cristallina dolcezza, si lasciano mettere nel sacco e tanti saluti al resto del mondo.

E così Stephanie me la sono portata a Roma.

Lasciarla lì a Londra non era nemmeno pensabile... la amo quella ragazza! La amo, porca madonna!

E chissà se poi era davvero quello che s’aspettava, la brava menina: una gragnola di colpi a tempestarle la nuca come subitaneo omaggio della Città Eterna; un laido e umido bugigattolo dove dormire nelle afose notti d’agosto, in compagnia dei miei labrador Tobia ed Ezechiele; un lavoro, perché le ho anche dato lavoro - anima grande che sono - del tutto indipendente, in un piccolo e grazioso appartamento climatizzato dalle parti del tuscolano... dove esercita, col frizzante e simpatico nome di “Nany la Brasiliana”, l’unico mestiere (o uno dei pochi) che in una società sana una donna dovrebbe svolgere.





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28 marzo 2011

Valori Italiani - III




In virtù di chi o di cosa, io, Gino Testa il gesùcristo, Gino Testa lo spaccaculi, Gino Testa capo lamellare, possieda il diario segreto del fu Roberto Raspelli... non v’è dato di saperlo!

Vi basti il dono che vi faccio, ometti, nel pubblicare fresco fresco uno stralcio dai più sugosi... stralcio nel quale, il prode autore televisivo, morto ier l’altro durante un festino a base di droga e transessuali, dà prova e dimostrazione di come un Italiano, con la I maiuscola, sappia approdare al successo con intuito e caparbietà!

 

G. T

 *     *     *

 Il negro dalle uova d’oro

 

Ci misi meno d’un secondo, appena mi capitò tra le mani la storia di Abid, a intuirne le enormi potenzialità.   Non so spiegarlo... è come se in testa mi suonasse un cicalino, all’improvviso, netto ed inequivocabile! “Qui c’è da far soldi” sussurra una vocina; e tutto va da sé.

Quel folle negro, ormai sui quaranta e dedito soltanto all’ozio e alla bottiglia, una notte di un mese e mezzo fa abbordò una ragazzina per strada: una giovanissima e graziosa mulatta! Questo m’è sempre parso strano... si sa che i negri bramano le nostre donne, le bianche... ma tant’è, i fatti son questi!

La poveretta si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato; rincasava dopo una festa a casa di amici, tutta sola... e il caso ha voluto che il buon Abid, ubriaco come un somaro, si trovasse a ciondolare proprio da quelle parti! Entrò subito in azione.

Dopo essersela schioppata come solo quelli della loro razza san fare, la lasciò in un parco pubblico a piangersi addosso.

Ci misero poco a risalire a lui, la faccio breve perché la parte sugosa arriva ora; che ti vien fuori se non che la stuprata è nientemeno che la figlia di Abid, frutto di una burrascosa relazione del negro appena arrivato in Italia diciassette anni prima!

“Eccola, perdio ladro, la storia che cercavo... quel negro sarà la mia ricchezza”... divento una furia nell’appioppare al cioccolatino i migliori avvocati, affinché l’incarcerazione si ritardasse il più possibile (puntammo su una presunta compiacenza della troietta); inoltre lo metto  subito in mano alla mia agenzia, che in poco tempo lo trasforma in un personaggio mediatico di gran successo!

Abid si fa tutti i migliori salotti televisivi... passa dal dare opinioni sul delicato tema dell’incesto a giudicare la sfida a colpi di manicaretti tra due cuochi! All’apice del successo, e a pochi giorni dalla galera, si fa persino una settimana nella casa del Grande Fratello... dove, con gran beneficio per gli indici d’ascolti, dà libero sfogo alla sua sberla negra, inchiodando in diretta televisiva un paio di italiche mignotte.








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17 marzo 2011

Il Grillo

In omaggio a Raniero Marcovaldo dai Ricciumi, scrittore fantastico per l'infanzia troppo presto negletto da posteri ingrati, pubblichiamo, tra i suoi apologhi prosimetrici, quello preferito da Gino Testa e dai lamellari, tratto dall'ormai introvabile volume "Uomini e insetti". Godetene.


*   *   *


Tra un porcino e un pisciacane Massimiliano aveva scovato un grazioso grilletto. (Propocrop!) Si sa, i vecchi han bisogno di calore umano, e quel simpatico animaletto faceva proprio al caso loro. Dopo un’iniziale ritrosia, Claudia, vecchia dal cuore d’oro, l’avrebbe accolto a braccia aperte proprio come un figlioletto. L’avrebbero chiamato Nanni, l’avrebbero educato alla parola, gli avrebbero insegnato a leggere, a scrivere e a far di conto. Insomma, finalmente, alla loro veneranda età, avrebbero potuto sentirsi mamma e babbo. E così fu.

I due vecchi impararono ad amarlo; Nanni era quello che suol dirsi un bravo scolaretto: serio e volentoroso. (Propocrop!) L’avessero acconciato con frac e bastone da passeggio, Nanni avrebbe fatto la sua porca figura in una serata di gala; l’avessero pure istruito sulle cose della fisica quantistica, Nanni avrebbe sbaragliato le teorie correnti, e così via.

Ma si sa, l’eccesso amoroso di rado non sfocia nella gelosia: Nanni ne fece le spese. Sia Massimiliano che Claudia avevan preso l’abitudine di chiuderlo in una gabbietta costruita a bella posta: dopo ogni nuovo ammaestramento ve lo rinchiudevano, temendo che l’amato pargolo zampettasse via dal loro cuore; il grilluzzo ne soffriva. La gelosia dei vecchi coniugi, Massimiliano e Claudia, cresceva iperbolica almen quanto il corpicciuolo del grillo: se ogni volta che venivano ospiti, evento raro per due vecchi coniugi come Massimiliano e Claudia, la gabbiucola veniva celata alla vista tramite la vestaglia della vecchia, è pur vero che la gabbia al buon Nanni iniziava a stargli stretta. Difatti, le dimensioni grillesche crebbero d’ora in ora, fino a raggiungere le rispettabili misure d’un grosso tacchino pronto per il forno. (Propocrop!) I vecchi ne rimasero piacevolmente sorpresi. Claudia in particolare, che poteva sbizzarrirsi, sferruzzando da mane a sera, a confezionare maglioncini e sciarpette per l’amato Nanni.

E un giorno, mentre provava su Nanni un paio di morbide brachette, s’accorse, e che gustosa sorpresa, che tra le due stecchiformi zampette – strana discrepanza quella tra il carnoso tronco verde e quei sottilissimi arti che pur ne sostenevano il peso con rara efficacia – tra le due stecchiformi zampette, dicevo, s’accorse della presenza di una piccola – ma non poi così tanto – proboscidella grinzosa e pulsante. “Santo Rocco, ma allora non m’ingannava il mio occhio di vecchia quand’adocchiavo il batacchio e m’acqueggiava lo sticchio...” (Claudia tradiva siculorigine). Nanni rispose alla cacofonica esclamazione sghignazzando il suo Propocrop! Nonostante, infatti, ormai padroneggiasse l’italiano come il contadin la zappa, Nanni s’era serbato il vezzo del suo bestiale “propocrop!”, sfrigolamento labio-velar-vibrante.

Sobillato dai bizzosi fantasmi della fresca gioventù, il rugoso medio di Claudia, rotto ormai da anni alle fregagioni autoerotiche cui era sottoposto, prese a titillar senz’indugio – gesto meccanico – l’arnese grillesco. “Ti soddisfo, nonnina!” ringhiò Nanni “No come tuo marito, quel pesce fradicio. Fatti un bel grillone, aitante e rubesto. Vi spio la notte, cosa credi?, Masimiliano non ce le fa! Fatti un grillone, perdio!” E se lo fece...

Sembrava che Nanni e Claudia avessero vissuto la loro vita pusillanime in attesa di quel glorioso momento, e se la godettero, ah se se la godettero!






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3 marzo 2011

Strali misogini - VIII

Fatal error

 

La finestra dà su un paesaggio squallido quasi quanto il motivetto blu scuro che fregia le mie mutande sdrucite… Temo gli effetti astringenti del vento freddo che trapela da uno spiraglio, e invece… Caterina, dolce Caterina… hai innescato la mia furia dicendomi che mi avresti portato in un posto che mi sarebbe piaciuto molto, ed è un posto isolato, lontano da sguardi indiscreti, silenzioso, ovattato, qui all’ultimo piano dell’università… Guarda, ti piace?, mi hai chiesto con quello sguardo fintamente ingenuo… Hai venti e rotti anni, chi vuoi incantare?... Mi piaci tu Caterina, e intanto ti abbranco il collo, te lo bacio con furia inaudita, e tu assecondi i miei movimenti iniziando a gemere, gemi come la puttana che sei… Dimmi che mi ami… E io te lo dico, tranquilla, te lo dico se basta questo perché la mia sberla scudisci a destra e a manca… Ti tocco la fica intanto, ti ci passo la mano inzigante senza riguardi mentre ti bacio la bocca carnosa, e poi di rimando ti brancico una tetta… Ti strappo violentemente la maglietta che ne esalta la grossezza, di quel seno tuo turgido – tu gradisci, non v’è dubbio, me lo confermano asseverativi i lamenti soffocati, li soffochi forse per tema di essere scoperta dal bidello che, quattro piani più sotto, occupa un bugigattolo laido? – e inizio a leccarlo e a succhiarne il capezzolo indurito, dalla foga finirei per strapparlo con un morso questo tuo capezzolo indurito se solo non mi saltasse il grillo di lavorare col medesimo ardore l’altro tuo seno… E intanto tu ti dai da fare col mio attrezzo, ne sondi la mostruosa durezza, e ciò ti eccita a dismisura, e infatti la mia mano che ancora indugia dalle parti della tua zona pubica avverte l’irrefrenabile umidore di fica che inizia a trasudare perfino attraverso il tessuto jeans… Dimmi che mi ami… Ti amo, puttana, certo che te lo dico, te lo dico quante volte vuoi… tra un po’ te lo dice pure il mio cazzo, sta a sentire… Ti sfilo di dosso i pantaloni adesso, mentre tu sembri recalcitrare solo perché ti ostini a lavorare il mio aggeggio di bocca… Non ora! ti urlo, non è il momento bambina mia… Ora è venuta l’ora del cazzo, esplode, lo vedi tu stessa, è ora che il mio cazzo ti chiavi… Amore, mi dici, per blandirmi compiaciuta… Lo so che mi ami, come non amarmi?... Godi! ti sbraito da dietro, mentre comincio a darci sotto di stantuffo… E tu godi, godi, non sai fare altro… Gran puttana: l’ho sempre detto… Come gode lei… Gran puttana… Guardo il paesaggio mentre ti sborro in fica, ne ammiro i contorni e il nitore, e tu pure godi, ancora una volta, ferinamente, partecipi al banchetto del piacere senza freni inibitori… Chi ti potrebbe placare?… L’hai presa la pillola ieri sera?, ti chiedo… No amore, mi sono dimenticata, mi rispondi…

Sguaino il mio extrema ratio…




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14 febbraio 2011

Trattori in trattoria - IV

 

L’invincibile

 

Assiduo frequentatore delle osterie dell’alta Tuscia, Alessandro Pelacani, per gli amici Sandrino, era meglio conosciuto come l’invincibile.

Grosso e peloso come un orso, vantava un appetito formidabile; ed era campione nel singolare sport dell’abbuffata. Spesso, difatti, le sagre della zona in questione organizzano tali competizioni un poco barbare, e lui non ne mancava né ne perdeva una... che si trattasse di bruschette o pappardelle al ragù faceva lo stesso; Sandrino l’invincibile era invincibile davvero.

Aveva persino intrapreso, anni addietro, qualche trasferta in Friuli o Piemonte... e aveva sbaragliato senza appelli chiunque gli si era incautamente parato davanti. Per i compaesani era un orgoglio: molti lo amavano.

Osti, camerieri, trattori e cuochi no: lo odiavano a morte!

Svuotava come nulla fosse le dispense più fornite; trattava con malgarbo e superiorità i camerieri che lo servivano e dileggiava i cuochi che, a suo dire, non erano in grado di sfamarlo a dovere.

Per anni andò così; ma l’orgoglio di certa gente di campagna è come un cane che dorme... se ne sta cheto e buono nel suo cantuccio, non si sbandiera ai quattro venti... ma, svegliato, mette in campo cazzi grossi e amari, difficili da smaltire.

Tutti gli osti e i trattori dell’alta Tuscia, dunque, si riunirono un giorno con l’intenzione di sbarazzarsi in via definitiva di Sandrino Pelacani; fu in occasione di una grossa sagra mangereccia che si teneva ogni anno a Nepi, all’ombra del castello dei Borgia. 

Il piano era semplice e diabolico: volevano unire le loro forze e i loro mezzi per dargli da mangiare... per riempirlo come una botte di pietanze esageratamente caloriche, prepotenti; consapevoli che, nella sua ingordigia, quella bestia avrebbe continuato a mangiare fino a tirar le cuoia. Lui, per ripicca, smetteva solo quando non c’era più nulla in dispensa.

Sotto gli occhi di centinaia di avventori, quella combriccola di improvvisati assassini se la rideva non poco... fregandosi le mani mentre Sandrino ingurgitava senza posa bruschette al lardo pestato, frittelle allo strutto, timballo di ravioloni al burro e così via.

E davvero, dopo ore di quella lotta inverosimile, parve a tutti di vedere negli occhi dell’invincibile un vacillìo sommesso.

Quando al tramonto (sotto le mura dei Borgia erano ormai rimasti solo gli osti e il Pelacani) le vivande sull’immensa tavolata erano esaurite, i due contendenti ancora si fronteggiavano impavidi, digrignando i denti e fissandosi in cagnesco... visibilmente provati.

Sandrino era pallido come non mai; non aveva mollato e s’era divorato quintalate di roba... adesso sembrava sul punto di schioppare... di espandere allegramente il proprio corpo per aria, come un fagotto eccessivamente farcito. La combriccola trepidava impaziente; incredula nel vedere quell’energumeno ancora in piedi.

Sul tavolo c’era ancora una, e una soltanto, oliva verde... di quelle grosse in salamoia.

Il Pelacani la prese, nel silenzio generale, tra due dita grosse come maritozzi.  Tutti trattennero il fiato.

Quando se la schiaffò in gola per un attimo il tempo si fermò; Sandrino strabuzzò gli occhi e cambiò tre o quattro colori nel giro di pochi secondi... gli osti si alzarono dalle loro sedie all’unisono, come fanno i tifosi delle tribune d’onore per vedere il concretizzarsi di un’azione da gol.

E quando infine tutti si aspettavano lo schianto, arrivò invece il rombo.

Il divoratore ruttò con una potenza insospettata, rovesciando i bicchieri di carta semivuoti che aveva sul tavolo. Ruttò forte, e con una sonorità piena e appagante... riprese dopo pochi attimi il suo naturale colorito.

Un sorrisetto sibillino e cattivo allora gli si disegnò in faccia.

Gli osti sgranarono gli occhi increduli, qualcuno sull’orlo del pianto... si tennero forte le mani a vicenda, mai così consapevoli di un fallimento bruciante.

L’invincibile si levò in piedi con insospettata agilità e rivolse ai trattori un cenno divertito:

- Tutto qua? Mezzeseghe! C’ho ancora fame... vado a casa, magari m’è rimasto qualcosa di ieri.

E, con le mani in tasca e fischiettando un motivetto paesano, se ne andò lasciando quelli alla loro disperazione.

 




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4 febbraio 2011

Stralci lamellari

Direttamente dallo scrittoio di Gino Testa, proponiamo qui di seguito cinque stralci, o abbozzi, di racconti principiati e mai conclusi.  Ottimi per stuzzicare l'appetito a golosità ben più corpose... buona lettura filistei!


Coudaric






UNA SPORCA BURBA

 

Nella sala grande del bar Ginetto c’erano buttati da sempre quattro o cinque tavolini, dove, in qualunque ora della giornata, stavano sempre accroccati come corvacci un buon numero di vecchi.

Si incastravano là, tra gambe di legno e sedie robuste… e poi, per uscirne fuori e liberarsi da quell’intrico, era sempre necessaria una lunga e paziente operazione.

 

 

 

LA MAPULA

 

Svegliandosi quel mattino dopo sogni inquieti, Filippo si trovò sullo zigomo sinistro, rosata e viva come un bocciolo di campo, una grossa e ripugnante mapula.

Stette dunque una buona mezz’ora chiuso in bagno, a ragionare sulle possibilità di occultare alla moglie quel disastro epidermico... mentre il resto della famiglia, spazientito, bussava continuamente alla porta e chiedeva all’uomo di spicciarsi.

 

 

 

COME PERSI IL LAVORO

 

Mio suocero mi consigliò un giorno una dieta a base di prugne secche californiane.

Fu durante un mastodontico pranzo famigliare, credo si trattasse di qualche comunione o battesimo... e mi diede il consiglio sottovoce, forse prendendomi da parte un attimo, per non turbare l’appetito degli altri commensali.

 

 

 

LUNA ROSSO SANGUE

 

Il dottor Mc Rose spronava i cavalli del suo calesse all’inverosimile, e alzava sulla sterrata della contea di Redville una nuvola di polvere che subito veniva mangiata dalla nebbia.

- Nebbia infernale... - sussurrava tra i denti, macinando metri su metri e tenendo stretta nella mano libera la sua valigetta... lì dentro c’era la vita per mister Jenkinson, e doveva arrivare in tempo.

A qualunque costo.

 

 

 

IL COLBACCO DI IRINA

 

Ho sempre avuto una passione forsennata per i cuscinetti rosa sotto le zampe dei cani, dei cuccioli soprattutto. A dieci anni avevo la tigna di usarli per segnare i numeri sulla tombola, creando sempre qualche disordine nel parentado riunito per le feste.








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21 gennaio 2011

Strali misogini - VII

Donne rampanti


Mi tirai su le braghe con quel senso di sconforto che sempre mi avviluppa in tali frangenti, e mi ritrovai a rimpiangere la mia debolezza.

Antonella si pulì il labbro inferiore con un fazzolettino e rinforcò i suoi occhiali compiaciuta... gran mignotta, gran mignotta che era!

- Allora commendatore - mi fece - adesso direi che siamo d’accordo? -con un sorrisino, un ghigno anzi, quasi mefistofelico. In risposta mi limitai a grugnire.

Rimise nella sua borsa in pelle da centinaia e centinaia di euro (chissà quale manzo s’era lavorata per quella) l’insulso curriculum vitae corredato di lettere di presentazione e quant’altro, una confezione di preservativi e una piccola trousse per rifarsi il trucco.

- Ci vediamo presto commendatore, mi stia bene.

- Uhmf...

Mentre usciva dal mio ufficio dimenando il sedere e stacchettando rumorosamente sul parquet, pensai che quella gran mignotta, nel giro di poco tempo, sarebbe diventata un ministro della Repubblica.

Ebbi ragione.




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16 gennaio 2011

Valori Italiani - II


Anno nuovo, nuova testimonianza di valori italiani. Quando la spavalderia arrogante di uno sbarbato cozza colle ragioni di un gesùcristo, il più delle volte vince il gesùcristo. Sandro Lonzi odia le prepotenze. Adesso ce lo dice dal carcere, luogo nel quale è stato rinchiuso dopo essere stato giudicato colpevole di omicidio aggravato, e dopo essersi beccato trent’anni. Però, dice lui, – l’ha detto a me in confidenza – rifarebbe tutto da capo. Togliersi la soddisfazione de mannà ar creatore un prepotente… lui se l’è tolta. E quando uscirà, perché lui è ben convinto di resistere, quando uscirà dar gabbio, se incontrerà qualche altro prepotente… bè, leggete e saprete.


Gino Testa


*    *     *

Con una pistola a portata di mano

 

 

-         Ominicchio… levati!

-         Ominicchio a chi?

-         A te…

-         A me?

-         A te a te…

-         A me…

-          Mh!

-        

-         Sei un ominicchio.

-         E questa… la vedi? La vedi questa, la vedi che d’è?

-        

-         Stai muto adesso, eh? Mo’ sta muto… Sto fijo della merda… adesso non le dici più le cazzate eh? Adessi te cachi sotto, te lo dico io, è vero o no? Di’ che è vero, pezzo de merda… Dillo perdio o te faccio saltà quelle quattro cervella che te ritrovi cristo d’un dio! Dillo!

-          Mi caco sotto…

-          Dillo più convinto porcodio…

-          Mi caco sotto, mi sto cacando sotto…

-          Sento la puzza infatti, me fai schifo, tu e quella puttana de tu’ madre, vecchia bagascia che t’ha cacato pe’ sbajo… puttana maledetta.

-        

-         È ‘na puttana tu’ madre, o no? Dillo!

-         È una puttana…

-         Dillo bene porcodio… di’ “mi madre è ‘na puttana de merda”.

-         Mia madre è una puttana di merda…

-          Dillo più forte cazzo!

-          Mia madre è una puttana di merda.

-         Bravo cojone… te convinco mo’ co’ questa in mano eh? La voresti avè tu eh? Te piacerebbe cazzone tenella tu in mano… te piacerebbe… te piacerebbe ‘sto cazzo cojone de merda… ‘sto cojone de merda…

-        

-         Stai zitto mo’ eh?… schifoso maledetto. E mo’, mo’ che cazzo famo? Puttana della madonna….

-         Non lo so…

-         Chi t’ha detto de parlà? Ma cristo d’un boia, ma chi cazzo t’ha detto de parlà? T’ho forse detto de parlà? Te l’ho detto? No porcodio che nun te l’ho detto, no porcodio! Pezzo di un fottuto coglione… la vedi questa porcodio, la vedi? Cristo di un dio, te la ficco in gola e te ce maciullo ‘sta testa de cazzo che te ritrovi…

-        

-         Bravo, stattene zitto mo’… muto porcoddio… m’ha dato dell’ominicchio ‘sto testa de cazzo, a me, così… e mo’ so’ cazzi. Mo’ tocca che rendi l’anima ar diavolo porcadellamadonna… mo’ te ne vai ar creatore, te ce manno io a quer cazzo de creatore…

-        

-         Mo’ so’ cazzi tua…

-        

-         Aho, che cazzo fai? In piedi, cojone! T’accasci? Chi cazzo t’ha detto d’accasciatte porcadellamadonna? Porcoddio t’ho detto d’accasciatte? Non me pare cristo… In piedi porcoddio! Così, in piedi, che mo’ mori! Affronta la morte da omo… Che mo’ te mando all’inferno a rifrescatte l’idee… porcodeddio!

-        

-         Pam! Mori! Moorii!

-        

 

M’aveva dato dell’ominicchio ‘sto pezzo de merda… vajelo a di’ ar diavolo mo’ chi è ominicchio… ‘sto pezzo de merda…







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22 dicembre 2010

Strali misogini - VI

La gattara


Un giorno o l’altro la spaccio... la spaccio perdio! Detesto la sua povertà estrema, e il modo in cui sembra non curarsene... il modo in cui sembra sentirsi accettata. Sbagli vecchia infame! Qui nessuno ti accetta... ci fai schifo! Fai schifo a tutti!

Sei la mia ossessione... tutti i giorni alle 7 di mattina e alle 9 di sera (detesto anche questa patetica metodicità) mi apposto dietro le gelosie socchiuse e ti guardo, ti spio... circondarti di gattacci puzzolenti a cui spiatti una sbobba fetida come la tua anima. Vecchia bastarda, morta di fame... scommetto che vivi in una topaia; che la tua famiglia ti ha abbandonato perché sei una povera squilibrata. E non bearti dei saluti di Giovannone il macellaio e di Bruno il barista, fai schifo anche a loro!      

Ma io non me ne andrò da questo mondo infame se prima non avrò ripulito il mio quartiere - il mio bel quartiere - dalla tua laida e oscena presenza.       

La sento la cirrosi che scoppietta... che mi sbocconcella il fegato come fanno quei tuoi ripugnanti felini; ma prima che mi abbia consumato le budella e portato in un posto migliore, assolverò il mio dovere su questa terra... stai tranquilla mefitica vecchia: hai le ore contate!

 




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19 dicembre 2010

Valori Italiani



Le feste si avvicinano, pressanti. Strenna per l’italica progenie, inauguriamo qui di seguito la rubrica “Valori italiani”. Testimonianze brevi, calde e commoventi di italiani che ce l’hanno fatta, e che sentivano il bisogno di comunicarlo.

Iniziamo con quella di Carlo Sirima, sodale di mille bevute.


Gino Testa


*    *     *


Come rinacqui

 

Rinsavii del tutto solo una settimana fa.

 

M’ero fatto due conti: un mondo controllato da massoni e banchieri, occultati dietro il paravento dei loro laidi burattini di carne. Un sistema economico in cui la massa viene rincoglionita in ogni modo possibile e immaginabile, ben contenta di esserlo. Un sistema politico che si fonda sulla favola ridicola della democrazia ammannita a generazioni di dementi. Un sistema finanziario creato secoli or sono da quegli amabili amici senza prepuzio, dei quali non mi sovviene il nome, che oggi più che mai tengono in scacco nazioni intere. E torme di alieni, in combutta coi potenti, a parassitarci senza tregua, e a muovere i fili con abilità e prepotenza. Le cose non potevano continuare così ancora per molto, la mia pazienza stava esplodendo…

Cosa feci? Impazzii. Non prima di essermi sparato una bella sega rinfrancante. Mi hanno internato, esaminato, lobotomizzato. Ne è uscito fuori, eccomi qui!, un ometto calzato e vestito, pronto all’uso.


In tutta franchezza, oggi, non vedo l’ora che vengano le prossime elezioni: fremo all’idea. E non perché confidi in ribaltoni rispetto all’attuale governo, o in rinnovamenti di alcun genere, o in consolidamenti di ciò che è. Non mi interesso di politica, io! Ma solo perché, finalmente, da buon cittadino, potrò esprimere il mio voto su quella sacrosanta scheda. Io amo la democrazia! Benedetta sia la costituzione del resto, anzi la Costituzione, con la “c” maiuscola, e la bandiera pure, e il simbolo dello Stato, dove campeggia una bella stella a cinque punte. Benedetti i politici, e benedetti i massoni, i nostri illuminati fratelli d’Italia. Se non fosse per loro, che tutto controllano, garanti della libertà, staremmo tutti peggio: sia detto fuori dai denti.

 

Viva l’Italia dunque, e pure l’America di Obama! Viva, viva, viva!





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5 ottobre 2010

Trattoria in trattoria - III

 

Una beffa ben orchestrata

 

Poldo e Marino arrivarono a San Franco, un grazioso paesino di montagna di non più di trecento anime, proprio all’ora di pranzo.

Entrambi trepidavano dalla fame e non vedevano l’ora di avventarsi con rabbia su qualche trattoria caratteristica, ma siccome erano due persone a modo, metodiche e razionali, non volevano scegliere così a casaccio, e iniziarono a girarsi il paese per una panoramica più ampia delle opzioni a disposizione.

- Qui è un bell’ambiente, ma sicuramente ci spennano!

- Qui non ha i tavolini fuori… qui non espongono il menù!

Insomma la scelta era dura, e i due stavano per decidersi casualmente, quando videro un vecchio in coppola e pastrano che ciondolava in giro, con le mani dietro la schiena.

- Quello ne sa.

- Si quello ne sa, scelga lui!

Chiesero al vecchio perdigiorno, con garbo e ostentando l’accento cittadino, se consigliasse loro una buona trattoria dove mangiar bene e a pochi soldi; il viso beffardo ed espressivo di quello s’illuminò:

- Eh, ragazzi, ma certo! Vi ci porto io, seguite a me!

Poldo e Marino, rinfrancati, seguirono il vecchio dal passo ciondolante per una serie di vicoli e vicoletti; salirono parecchio rispetto alla piazza principale, e si fermarono di fronte a un grosso portone in legno. Il vecchio prese a sbraitare:

- Marisa… oh Marisa!

Uscì di là una donna enorme, che ostentava un seno scandalosamente cicciotto e florido.

- Questi due cittadini vogliono mangiare! Trattameli bene eh, trattameli bene!

Tra i due montanari iniziò un gioco di sorrisetti e ghigni che ai due ragazzi non piacque, già invero straniti da tutto il pensiero che s’era dato il vecchio nell’accompagnarli fin lì!

- Questi ci stanno infinocchiando! - Iniziarono a sussurrarsi spaventati!

Marisa sistemò senza aspettare Poldo e Marino ad un bel tavolo interno, vicino la finestra, e poi tornò sul portone a confabulare col vecchio. Dopo pochi minuti quello ciondolò col viso furbetto fino al tavolo dei due:

- Torna alla carica… - sussurrò Marino a Poldo!

E tra un frizzo e un lazzo, quel sene salace si sistemò a capotavola, come a impedire che i due si alzassero, come a controllarli.

Complice anche il vino franco (specialità di San Franco) che Marisa iniziò da subito a far scorrere a fiumi, fu inevitabile, pei due poveri ragazzi di città, offrire un pranzo luculliano e costoso a quel vecchio, che, in combutta con l’ostessa, li aveva gabbati come merli.

 




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5 ottobre 2010

Strali misogini - V

Il mio mulo rumeno


Quando Irina avrà letto l’annuncio, “signore di mezza età, distinto e benestante, cerca colf per lavori domestici, garantito vitto, alloggio e fisso mensile”, certo non s’aspettava qualcosa del genere! Ci ripenso con un leggero sorrisino sulle labbra, mentre guardo, da sopra il pianerottolo, quella povera crista che arranca sull’ultima rampa di scale dei cinque piani fino al mio appartamento!   Oggi le tocca portarsi a spalla un ingombrante asse da stiro che in ascensore non c’entrava… ma ogni giorno ne invento una, a dirla tutta!   

In casa la costringo a spostare avanti e indietro i mobili, a mio piacimento, per vedere come starebbero nella stanza, dico a lei, in realtà per sfruttare al massimo quel mulo rumeno che mi sono messo in casa, per farle sudare fino in fondo i pochi spicci che le sbatto in faccia a fine mese.

Naturalmente nel compenso che le tributo è compreso ogni mio capriccio sessuale, e io sono un bizzarro! Quando urla o piange non ci faccio minimamente caso… dopotutto nel palazzo si sa che la tratto come una bestia, ma nessuno ha il fegato di venire a dirmi nulla... perché sono anche un violento, e le mezzeseghe che vivono qui mi temono come fossi il demonio in persona.

Quando incrocio qualcuno nel portone, io avanti e Irina dietro con cinque o sei buste pesantissime, lo fulmino con uno sguardo prima ancora che possa solo concepire un qualche tipo di rimostranza. Quel mulo rumeno e mio, e non si tocca!

 

 




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18 settembre 2010

Von Dedenroth, ovvero gli ultimi giorni di un sentimentale



*     *     *

Il professor von Dedenroth, chino sul cadavere di Linda Feuerbach, era intento a trafficare col bisturi all’altezza del pube, proprio mentre il suo assistente Schneck stava completandone la mastectomia. Le due grosse mammelle – il professore stravedeva per i seni enormi – Schneck l’avrebbe immerse nella formaldeide, ognuna in un vaso capiente, come sempre: avrebbero arricchito la cospicua collezione che faceva bella mostra di sé nello studio del primo piano (unico, potente eccitante in grado di animare gli spiriti del canuto scienziato). La vagina, invece, solo il professore poteva occuparsene, e se ne occupò, emozionato come se fosse la prima volta che armeggiava a quel modo sopra il corpo nudo di una donna morta: sarebbe stata l’ultima.


Il professore, quando iniziò ad avvertire, sempre più intensi, quei terribili mal di testa che lo accecavano dal dolore, e lo costringevano a un massiccio ricorso all’oppio, all’incirca un anno or sono, licenziò tutti quelli che lavoravano per lui, compreso il fidato Aldini, suo storico assistente; il giardiniere, però, fu il più coriaceo: vecchio quanto solo il professore poteva sapere, non voleva rinunciare per nulla al mondo al suo antico incarico: von Dedenroth allora, che nel frattempo l’aveva ingaggiato come nuovo assistente, sguinzagliò Schnek – è il caso di dirlo, data la sua ansimante bestialità – contro il pover’uomo, il quale, aggredito con una roncolata arrugginita sul collo, non poté che morire dissanguato entro pochi minuti. Era diventato così il professore: sbrigativo e deciso. Gli rimaneva poco tempo, del resto, ed era pronto a tutto pur di compiere il suo piano.


Schnek, un forestiero corpulento che il professore aveva conosciuto molti anni prima durante un viaggio di studio in qualche lontana, remota plaga, amava il sesso anale da praticarsi rigorosamente con donne più vecchie di lui. Diceva per via del fatto che a quell’età – dai sessant’anni in su – le donne, tutte, hanno un orifizio vaginale talmente sbrindellato dai colpi del tempo da essere praticamente inservibile: di qui la valida alternativa. In paese, era difficile che ci fosse una donna matura, per quanto brutta e repellente, zitella o sposata, colla quale l’attrezzo di Schnek non fosse entrato in contatto. Circolava voce che i mariti, nel caso delle sposate, subissero senza recalcitrare. Se perché venissero esentati da un obbligo resosi sgradevole col tempo, o per tema delle eventuali ritorsioni della follia disordinata del professore, l’uomo più potente del borgo, lo sapevano solo loro medesimi.

 

Lo studio del professor von Dedenroth era letteralmente invaso di libri di medicina generale, di botanica, di entomologia, di psicologia, di oftalmologia, di ipnologia, di letteratura, di poesia, di magia, di esoterismo, di arti divinatorie, di chirurgia, di negromanzia, di biologia, di chimica e di fantascienza. Al centro vi era un tavolo di legno sul quale pezzi di corpi femminili, genitali per la precisione, talora sanguinolenti, stavano ordinatamente adagiati come lombi di mucca o petti di pollo sopra il banco di un macellaio.


Il giorno prima von Dedenroth aveva vomitato assieme al pranzo e alla cena, fiotti di sangue scuro. Si stava spegnendo, lo intuiva. Il suo corpo, però, scosso ora da mille fibrillazioni violente ma vagheggiate, l’emozione lo aveva agitato al punto da sconvolgerlo, come ai tempi del primo amore. Sarebbe stata, quella, una seconda, ultima e più intensa giovinezza, lunga come la vita di una farfalla.

 

La sparizione di tutte le vergini del circondario, nel giro di così poco tempo, aveva sprofondato il paese nel terrore, nella disperazione. E se non fosse stato per l’opera diversiva di Schneck colle vecchie, forse anche loro avrebbero provato quei sentimenti che sono tra i peggiori che un uomo possa immaginare. Nessuno ne ignorava le cause, ma nessuno era in grado di muovere un dito, neanche i più baldi fra i giovani, i quali, in molti casi, di quelle vergini fresche e profumate erano i promessi sposi. Aleggiava una maledizione sopra il palazzo di von Dedenroth, e non c’era stato villano in grado di opporvisi. C’era chi pensava che solo la morte di quel signore del male avrebbe placato gli spiriti cattivi che s’erano appropriati di tutto, lì in mezzo, che tutto avevano corrotto, tutto incancrenito. Allora, e solo allora, si sarebbe tornati a pregare Dio. Il buon curato era stato scannato da Schneck in un accesso di rabbia, e di messe da quelle parti non se ne cantavano più da un pezzo.


Linda Feuerbach era l’ultima vergine del borgo. Tutti la consideravano una condannata a morte. Karl-Heinz Feuerbach, il mastro ferraio di quella disgraziata contrada, voleva invece fare il bastian contrario. Aveva dotato ogni finestra della sua umile casetta di sbarre di ferro, ogni porta di chiavistelli e di serrature a tripla, quadrupla mandata. La porta della camera da letto di Linda, quel fiore appena germogliato, era interamente di ferro: nessuno avrebbe potuto violarne l’intimità, perdio. Ecco invece la descrizione del suo ratto operato nottetempo dallo scaltro Schneck, assieme a qualche altro particolare secondario. Benché Karl-Heinz avesse usato il ferro migliore di cui disponesse, non aveva fatto i conti colla forza immaginifica e brutale di Schneck, il quale, sgranocchiata una pera, uscì dal palazzo del professor von Dedenroth, con l’unica consegna di riportare l’ultima vergine, correndo e bestemmiando. Correva perché gli scappava da pisciare, e non sapeva ancora che di lì a trenta secondi si sarebbe risolto col farsela addosso; e bestemmiava perché era figlio del diavolo come il professore lo era stato di suo padre, Friedrich Wilhelm von Dedenroth. Entrò dentro la misera catapecchia dei Feuerbach come una furia, divellendo il ferro, il legno e, se ci fosse stato, anche l’acciaio. In men che non si dica da quando il turpe assistente era uscito di casa, Linda, morta strozzata, fu stesa sul tavolo chirurgico dello scienziato; il padre, morto di infarto, stecchito come un insetto.


Gli scalpi femminili furono dati in pasto alla gatta del palazzo, che gradì. Von Dedenroth, nel frattempo, aveva allestito i cadaveri delle pulzelle nel salone grande, istoriato da arazzi e tele vetuste. I corpi, nudi, una rosellina appena còlta ne copriva delicatamente la fica rimossa con precisione certosina e mano sicura dal professore, il quale, vedendo la scena così apparecchiata, illuminata dalla luce artificiale dei lampadari, si commosse. “Ecco mamma, il mio omaggio per te!” si lasciò sfuggire tutto eccitato come un bimbetto che tenga nel palmo delle mani, pulsante all’impazzata, un pulcino snidato. Quel ballo delle vergini, pronte allo spulzellaggio, commosse profondamente il professore, gli vennero i lucciconi, persino. Allora si avvicinò al cerchio incantato, l’aria echeggiava della magia di un valzer, e concesse a tutte l’onore di ballare con lui, mòvendosi con ali farfalline e passo leggero, come ai bei tempi, per la sala grande. Si ritirò a notte tarda, confortato nell’animo, e dormì il sonno dell’uomo lieto. Ora, poteva morire in pace.


Schneck ereditò il patrimonio intero del professor von Dedenroth, il quale eredi diretti non ne aveva, e con il patrimonio il suo potere.

La notte fu ancora lunga e disperata nel borgo, per tutti tranne che per le vecchie.





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1 agosto 2010

Trattori in trattoria - II

Alla trattoria della za’ Mara

 

Le bruschette con la ‘nduja che facevano dalla “za’ Mara” erano note un po’ per tutti i paesotti e paesini della zona, là dove la costa ionica accarezza e si incontra con le campagne calabresi. 

Pino ci veniva addirittura da Girifalco, sobbarcandosi una mezz’ora di strada col motocarro sotto il sole di luglio… ne valeva la pena però, perche quelle fette di pane casareccio, croccanti e tostate al punto giusto, con sopra uno strato di ottima ‘nduja fatta in casa, decisa e arrabbiata come si conveniva, erano una prelibatezza per pochi!

- Salute cumpà! - fece allegro Pino imboccando nella trattoria - cu stu caddu staju murendu! Za’ Ma’, portatimi nu fiascu e’ vinu iancu d’u frigu e nu paru e bruschette! -

Si sedette a un tavolo libero e si allentò cintura e calzoni… ne valeva la pena arrivare fin là; una piacevole frescura pervadeva la stanza, il legno antico dell’arredamento e le facce riposate degli altri avventori trasmettevano un senso di pace. Arrivarono le bruschette servite dalla stessa za’ Mara, una donna di una sessantina d’anni buoni, scavata nel volto e indossante un lercio grembiule da cucina.   Pino, trepidante, prese a divorarle senza posa e le spazzolò via nel giro di pochi minuti; mentre aspettava il primo poi, pasta fresca col sugo di carne, gli venne da pisciare… e andò al bagno di corsa.

Conosciamo tutti le proprietà vasodilatatorie del peperoncino… con la ‘nduja, che se fatta in casa come quella della ‘za Mara può essere piccante come una razione di scudisciate, ci si potrebbe fare una formidabile pomata peniena, in grado di arrizzare senza fallo il più freddo omino che ci sia. Mentre pisciava Pino ne aveva intrise le mani, e fu un attimo a incremarsi per bene la berlinga di quell’insaccato dalle straordinarie controindicazioni.   In un lampo la verga gli crebbe a dismisura, dura come la sella d’un cosacco, era addirittura impossibile contenerla nei pantaloni!

- Aja la Madonn’e portu!- Ringhiò a denti stretti, e già l’erezione, come in tutti gli uomini bestia, gli offuscò la capacità di ragionare e usare il cervello. Uscì impazzito dal bagno, sconvolto in viso, e si catapultò sull’unica donna presente in trattoria… proprio la nostra za’ Mara!

Tra le risate via via più grossolane degli altri avventori e l’incredula felicità della vecchia, Pino chiavò a più non posso, fino a spossarsi l’arnese, e commentando tra uno sgrizzo e l’altro, invero molto filosoficamente, - Mannaja a la Madonna, chi m’avia e capitara oja! -

 




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28 luglio 2010

Trattori in trattoria - I

 

Inauguriamo qui di seguito la rubrica “Trattori in trattoria”. Quadretti vari in puro genere trattoriale, che avrebbero per protagonisti abituali frequentatori di bettole, locande, buiaccari e affini.


*     *     *


Avvisaglie di salacità


Il colonnello Oliva pranzava, tutti i giorni dispari, nella trattoria “al Cantuccio”.

Puntuale come la grappa dopo il caffè, i lunedì, mercoledì e venerdì varcava la soglia del locale alle 12.15 precise; di una sessantina d’anni molto ben portati, sempre in divisa, alto e imponente, coi mustacchi (che curava ossessivamente) gonfi e ben lisciati; serio in volto, serissimo, si recava senza dire “a” al tavolino, sempre lo stesso, e ordinava una frittata di cipolle, del formaggio stagionato in piatto, e un quartino della casa.

Capitava spesso e volentieri che non dicesse mezza parola per tutta la sua permanenza in trattoria (sempre di venti minuti, mezz’ora al massimo); il cameriere infatti, un truciolo d’uomo che si chiamava Giovanni, conosceva a memoria il pasto che il colonnello voleva in tavola; quello poi, dal canto suo, conosceva a memoria l’importo del conto, e faceva così trovare il contante, più due spicci di mancia, sul tavolo prima di uscire.

 

Un mercoledì come tanti entrò al “Cantuccio”, intorno a mezzogiorno, un trampoliere con sua moglie. Questi, nuovo del paese, sarà stato d’un metro e novanta generoso, sottolineato poi dalla smisurata lunghezza delle gambe, che, poste in proporzione col busto molto piccolo, erano sul serio dei trampoli. Era inoltre molto magro, e questa straordinaria conformazione fece sogghignare un po’ quel perdigiorno di Giovanni.

La moglie del trampoliere era invece una donnetta qualunque.

Sta di fatto che questo singolare individuo prese posto, con la franchezza del giusto, al tavolino dove di lì a poco si sarebbe dovuto accomodare l’Oliva.

Giovanni rimase spaesato qualche minuto… non c’era in realtà nessun accordo esplicito col colonnello; semplicemente gli avventori della trattoria erano sempre gli stessi, e tutti lasciavano libero quel posto, che sapevano essere, in un certo senso, riservato.   Il trampoliere, poveretto, non lo sapeva, e prese dunque posto senza cerimonie su quella sedia per lui troppo bassa, che lo costrinse a piegare le gambe esageratamente.

Entrò l’Oliva scuro in volto; l’espressione del militare, chissà per quale impiccio di lavoro o di famiglia, quel mercoledì era addirittura funerea.



 




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20 luglio 2010

Strali Misogini - IV

Come rimediai una fellatio, alle quattro di mattina in un parco pubblico

 

Vivo in un quartiere residenziale, dove già dalle 11 di sera non circola per strada un cristiano manco a pagarlo.   Gli ultimi vecchi col cane, qualcuno che butta l’immondizia, qualcun altro che rincasa a un’ora insolita… ma per le 11 state sicuri che in giro non c’è un’anima.

Tutto questo per dire che, quando mi son fatto quella pisciata alle 4 del mattino contro un muricciolo, ero del tutto in buona fede. Insomma, per farla breve, rientro dalla bisboccia notturna, parcheggio, esco dal mezzo, mi volto contro un muro, mi sbigolo e piscio. Atto liberatorio che non avevo voglia di rimandare neanche di pochi secondi.

Riimbigolatomi alla meglio mi volgo al mio portone spensierato, quando, con un po’ di sorpresa e, ad esser sinceri, di puro e semplice spaesamento, mi accorgo che seduta in una macchina lì parcheggiata, al sedile del passeggero, c’è una donna sconosciuta, piuttosto giovane. Sta là,  nell’ombra, non capisco a far che e poco mi cale.

Non dubito neanche per un istante che mi abbia visto la papaia; la posizione era ottima e la visuale, per lei, sarebbe stata sicuramente piena e appagante, come in prima fila.

Tuttavia questa non ha lo sguardo che mi sarei aspettato; nessun filo di disgusto, né di biasimo nei suoi occhi… non voglio esagerare dicendo che avesse uno sguardo voglioso o chissà quanto arrapato, sarebbe falso! Semplicemente mi guarda, seria, curiosa… come se prendesse le sue misure, tirasse le somme, facesse le sue considerazioni, rifacendosi senz’altro a quelli schemi di pensiero, a quel sistema mentale tutto femminile, che io detesto di brutto.

Non la tiro per le lunghe: gioco di sguardi, mostro il pacco, sorride, sorrido… e nemmeno due minuti dopo è tutta presa che mi spompina in un parco pubblico proprio dietro il parcheggio, lì dove la mattina presto i filistei portano i cani a cagare.






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29 giugno 2010

Strali Misogini - III

“Piuttosto a calci!”

 

L’amico Gino mi abborda l’altro giorno per strada. Ne scrivo perché lui stesso mi ha autorizzato: non farei mai una cosa che lo indisponesse, perché il suo potere è tale che se gli saltasse la mosca al naso potrebbe annientarmi. Mi fa: “Sauro, da quanto tempo…  Vieni qua, abbracciami… Sarò breve, brevissimo – riporto a memoria, ma credo di non omettere una virgola, e non si pensi che l’abbraccio sia un gesto da padrino –. Conosco la tua imperitura misoginia Sauro mio…Sfruttiamola, sfruttiamola una buona volta. Curo una rubrica per la Rivista che neanche troppo occultamente dirigo e della quale muovo i fili a piacimento, come sai, come sanno tutti. Bene: la rubrichetta in questione, frutto del mio immodestissimo genio, si intitola strali misogini. Voglio che butti giù un pezzo, e che sia formidabile, su quando prendesti a calci in pancia Sibilla dopo che Nanni se l’era ingroppata facendone una mucca gravida, e lei, da zoccola qual è, voleva farti cornuto e padre illegittimo a un tempo. Tu te ne accorgesti, mi pare, perché la controllavi compulsivamente da mane a sera, e intercettasti una sua telefonata con quell’altra mignotta della madre… La tenevi sotto strettissima sorveglianza proprio come il più ardito dei gelosi, e come tutti i cornuti del resto, che più controllano e più vengono impipati… Ecco, l’episodio di quei calci mi interessa particolarmente e, su tutto, la frase che le sbraitasti in faccia a difesa della tua buona reputazione subito dopo che lei aveva invocato il ricorso a un chirurgo… Condisci il tutto con molta violenza gratuita, colora di insulti, pennella qualche buona bestemmia, infiocchetta con due o tre filamenti di sperma ed è fatta… È lo spirito che c’è dietro a quei calci che ha da esaltare il lettore, lo spirito che con la stessa possa di una buona irrumatio li ha animati e ne farà nel tuo brano vivido, mi raccomando, vividissimo!, un fatto salace e di notevole pregio per la rubrichetta che ormai sai… Allora, siamo d’accordo” – e qui mi prende improvvisamente per il ganascino, per poi andarsene senza aggiungere una virgola.

Era fatta dunque: avrei scritto su Sibilla e su come la feci abortire senza ricorrere ad altri che ai miei piedi.




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24 giugno 2010

Strali Misogini - II

Sarò la tua croce

 

 

Odio mia moglie. Non ricordo quando ho cominciato… pian piano certo… come sono arrivato a detestare con forza tutto di lei: l’espressione ebete che assume mentre ascolta o guarda qualche puttanata in televisione; quello strano trapezoide che le forma il mento in combutta con le mascelle; il tono di voce stridulo, come di gallina strozzata… soprattutto l’ansia, l’ansia che le monta in petto per ogni minuscola variazione dei piani che si figge in testa ossessivamente… quell’ansia che mi adopero ogni giorno a rinfocolare con vigore, scombussolando, senza motivo lo ammetto, il microcosmo filisteo nel quale vorrebbe vivere in pace.

Si organizza una bella gita fuori porta? Io, lei, quella cagacazzi di nostra figlia con la mezzasega che ha sposato e il mostriciattolo che ha cagato... beh, pochi minuti prima della partenza, mando tutto a puttane e vado al circolo a farmi un goccio! Magari loro partono ugualmente… ma lo sento, lo percepisco che la troia ha accusato la bordata!

Soffre terribilmente del fatto che la nostra figliola ami confidare i fatti suoi (di cui sinceramente poco mi cale) a me e non a lei; ed io non perdo occasione di stilettarla nell’intimo anche con tali argomenti: “sai, oggi è passata Marisa… abbiamo parlato un po’!” e basta così… ad ogni richiesta di delucidazioni stringo le spalle. Lei, ammutolita, abbozza, sfuria dentro; ansiosa e nevrastenica come poche, vorrebbe aver sotto l’ala l’intera famiglia, e conoscerne ogni minima faccenda; alludo dunque, per spasso, a inesistenti segreti a lei preclusi!

Ama la pulizia, e non mi tiro certo indietro per darle qualcosa da fare per casa: piscio ostinatamente sulla tavoletta del cesso; mangio a letto, panini o patatine confezionate, costringendola al durissimo e logorante lavoro di sbatacchiare il pesante materasso ogni mattina; fumo in casa, lasciando che scie di cenere segnino il mio passaggio (pure sui tappeti); quando al mattino mi sbarbo, lascio nel lavandino i trucioli della tosatura, grumi pelosi di schiuma da barba, scatarrate corpose e tante altre sorprese.

Ha preso a odiarmi pure lei, credo, e detesta la mia presenza… così non le faccio mai mancare la mia bella vista: sto seduto ore e ore al tavolo del salotto (abbiamo una casa piccola, e per forza lì si deve stare), a controllare schedine del totocalcio e dormire sboccatamente. A volte sto semplicemente lì seduto a fissare il vuoto, come ora… lei, seduta sul divano, in ansia e con un groppo nel cuore, sa di essere la mia nemica.






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19 giugno 2010

Strali Misogini - I

Inauguriamo qui di seguito la rubrica "strali misogini". Si tratta di testimoniaze veridiche di uomini saggi che considerano le donne per quello che sono. La scelta dei brani, è stata affidata alla mano sapiente di Gino Testa. (n.d.r.).

*     *     *

Cinquantamila lire spese male

Il giorno in cui decisi di fare a meno delle donne, fu anche il giorno in cui me ne scopai una per l'ultima volta.
Una puttana mi abbordò per strada, a me che non ero un puttaniere abituale ma saltuario. Aveva un che di sensuale, e nonostante mostrasse molti più anni di quelli che aveva decisi di seguirla. Contrattai per cinquantamila lire, lei era partita da centomila.
Fu una scopata squallida, le sborrai in faccia cogliendola di sorpresa, lei gradì poco.
Uscii da quel suo laido bugigattolo schifato. Sputai per terra, scossi la testa e rimpiansi amaramente la mia debolezza.
La rapida riflessione che tutte le donne, puttane di professione e non, sono delle sanguisughe in fatto di soldi, che tutte si concedono in cambio di un patto in denaro più o meno esplicito, che tutte sono follemente stupide e che per l'educazione di tutte occorrerebbe un eccessivo dispendio di energie in fatto di salutari frustate, ravvivò la fiamma sempre viva della mia misoginia. Giurai sul mio onore che di quell'incavo pieno di osceni umidori che qualcuno chiama fica non avrei più sentito il puzzo neanche in sogno.
Fortunatamente non ero sposato, e potei mettere a punto il mio piano senza esborso di quattrini e di ulteriori energie psicofisiche.

Oggi, ottantenne, sto in pace con me stesso.
Se voglio godere, mi masturbo pensando a una donna italiana in ghingheri violentata da un poker di negri appena usciti di prigione.




permalink | inviato da lalama4 il 19/6/2010 alle 1:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa


10 giugno 2010

Novità

Per le nuove EDIZIONI LA LAMA, incombe sul micragnoso panorama letterario italiano una nuova pubblicazione: i Racconti scelti di Maric Coudaric. Tra la mastodontica opera del capo e cofondatore della rivista LA LAMA, il letterato Gino Testa si muove con intelligenza e finezza di pensiero, andando a cavare quelli che, forse, non sono i pezzi più pregiati del Nostro, ma certo delineano alla meglio una linea di pensiero tutta votata alla burba e all’antifilisteismo.

La magistrale introduzione, sempre di Gino Testa, e la grafica curata da Marino Mariello, rendono il livre in questione una prelibatezza per pochi.

 

 

Qui di seguito l’indice, per titoli, dei racconti presenti in volume:

 

Il naso chiuso

La pietra pomice di zia Adele

Un petomane formidabile

Cresce la tensione in casa Bonamente

Il ticchio

Le ascelle della sora Franca

Margigi va alla morte

Palle al vento

Quattro amici all’avventura

Che Iddio ti maledica

L’uomo in ciabatte










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